Le soluzioni – La realtà della portinaia

Pubblicato: 15 dicembre 2013 in Le soluzioni
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La realtà della portinaia

«Dottore, dottore!»
La portinaia ne ha viste passare di persone. Da dietro il vetro scorrevole comanda i tasti del citofono, bianchi avorio con il numero in nero stampigliato sopra. Lei è la padrona dei numeri, l’interprete unica di chi si affaccia alla guardiola e chiede di comunicare con uno dei tanti cognomi che affollano la pulsantiera esterna, inattiva durante l’orario diurno. Lei conosce la tavola di conversione, la corrispondenza biunivoca tra cognome e numero. Indirizza rapida il dito sul tasto esatto, sullo scatto metallico adeguato a stabilire la connessione con l’inquilino giusto. E poi ha avuto in dono la chiaroveggenza delle reali intenzioni dell’uomo o della donna, che con noncuranza si mostrano alla guardiola cercando di carpire informazioni riservate.
«È questo un condominio importante, di tutta gente di un certo tipo. Mi sono spiegata no?» – diceva sempre alle amiche durante il rosario pomeridiano. Tutta gente che ha necessità di vita privata, di un diaframma tra l’esistenza dentro il condominio e quella fuori dalle case protette dal suo occhio incline alla perspicacia. Una volta aveva salvato un matrimonio, dirottando la moglie dell’ingegnere dell’attico, verso un’improbabile visita a casa della signora anziana del piano rialzato. Quella mezz’oretta giusta per il ritorno del marito, rapidamente informato della presenza della moglie e del fatto che LUI poteva anche dire di essere già rientrato a casa almeno da un’ora. Molto meglio una piccola bugia, quando si aveva la sfortuna di essere sposati ad una donna così gelosa. Tante qualità, tante! Ma gelosissima del marito, sempre fuori per lavoro ed attorniato da collaboratrici giovani e belle. E quella volta che con la scusa del guasto al telefono volevano rapinare in casa dell’avvocato? Quella sì che era stata un’illuminazione. Era troppo nervoso il tipo lungo. Troppo! Riparare una linea telefonica non mette quest’ansia e poi suo nipote lavorava alla SIP, e lei ricordava che dopo le cinque smontava, per fare l’idraulico per gli amici più cari.
«Dottore, dottore!»
Non sentiva poveretto. Erano anni che non sentiva. L’otorino lo aveva visitato tante volte per capire il problema. Aveva prescritto anche diversi apparecchi acustici, ma il dottore non aveva trovato alcun giovamento. In effetti, non c’era cura o protesi che potesse recuperare la sua malattia. Semplicemente il dottore non voleva sentire. Aveva piano piano corretto il suo essere, fino a dimenticare la corrispondenza biunivoca tra suono e significato. Aveva sconnesso una ad una le sinapsi che registravano le frequenze caratteristiche dei singoli fonemi. Una volta sicuro della realizzata babele, aveva iniziato con analoga cura ad attutire le risposte dei timpani. Nonostante la devastazione esteriore del suo io, la sua volontà era ferrea e la esercitava quale sperimentatore estremo della sua biologia. Nel giro di poco più di un anno, aveva indotto una volontaria disattivazione di ogni connessione auditiva con il resto del suo prossimo. Avrebbe potuto sentire ancora, ma il dottore non ne aveva voglia alcuna, solo necessità di solitudine estrema. Doveva fare i conti con se stesso ed era questa una partita lunga, che richiedeva concentrazione estrema, solitudine mirata al processo penale più severo cui potesse sottoporsi. Per anni non ne aveva avuto coraggio, continuando la sua perplessa latitanza, poi nel giro di poche ore si era catturato, dentro la sua cella di silenzio, iniziando l’isolamento perfetto, la tortura assoluta che lo avrebbe indotto alla confessione. Chiara, limpida, netta, davanti alla corte inflessibile costituita da lui, se stesso e le ombre. Inquisitori cupi, gelidi, presenti in ogni ora del giorno e della notte ad attendere il crollo decisivo. E così andava avanti da anni quella sorveglianza strenua e inflessibile di ogni suo pensiero, passato al vaglio di una censura brutale. Tutto questo nel silenzio turpe dentro di cui si era relegato in invisibili, dolorose catene. Lì dentro urlava disperazione e rabbia, incessantemente. Ma tutti non lo sentivano, guardavano il suo viso inespressivo e la sua assenza di ricezione, non vedendo la gabbia di metallo fittissima dentro la quale era segregato colui che era stato un uomo.
«Dottore, dottore!»
Era sempre così, ogni giorno, alle dieci del mattino. Lui transitava davanti al vetro della portineria, chinando il capo nel piccolo cenno di saluto, uscendo dal campo visivo della portinaia, essendo rincorso inutilmente e lei urlando quel tragico:
«Dottore, dottore!»
Tutto questo perché lei sapeva. Sì! Aveva intuito che il dottore era in grado di sentire perfettamente, che il suo essere era prigioniero di quel silenzio volontariamente inflitto. E così tentava, ogni santo giorno, di irrompere in quel carcere, battendo con la sua voce aggraziata alle sbarre della cella. Voleva che arrivasse dentro quel sarcofago il segnale, forte e chiaro, che lei c’era fuori, e gli tendeva la fune di lenzuola annodate. C’era ancora qualcuno nel mondo che poteva tirarlo fuori da quel reclusorio, e portarlo in salvo nel suo appartamento al sesto piano di quello stabile signorile. Nel suo studio pieno di libri di poesia, prosa, arte, filosofia e medicina soprattutto. La medicina delle soluzioni possibili. Era lei, poteva essere lei. E così urlava ogni giorno, lasciando però fermi, fissi, immoti i timpani del dottore. Lo osservava arrivare in fondo alla strada e svoltare a destra, con amore.
«Dottore, dottore!»
La voce della donna lo insegue e lui sa che è nell’aria intorno. Non la ode perché tiene fermi bloccati i timpani. Avverte l’aria vibrare intorno a lui, densa dell’amore inespresso, del tentativo di liberarlo. La sente premere sui recettori del suono, ma non la ascolta, non la può ascoltare ed anche se la ascoltasse, la babele che ha indotto nelle connessioni sinaptiche non ne rivelerebbe il senso. Ma è una scusa, il senso è chiaro e preciso e lo punta ogni giorno, in quel tratto di strada che lo separa dalla pinacoteca. Ogni giorno da anni e anni, il dottore esce da casa, passa quasi incolume la portineria e percorre – inseguito dal suono di quel tipo di amore – il tratto di strada che lo conduce alla sala, dove è esposto il dipinto del viso di donna, non bella ma sorridente. Il dottore in quel posto si siede sulla panca di legno chiaro e guarda la donna per ore. Esplora particolare dopo particolare. Le pennellate. Le luci che esaltano i chiaroscuri. L’autore, il titolo, la corrente artistica, nulla ha significato reale o diritto alcuno al ricordo per il dottore, rispetto alla geometria del tratto. Nulla. Oggi è però una modalità nuova di giorno. La sala e la panca sono sempre al loro posto. La luce è simile, non uguale, giacché alla parete il viso di donna è sparito. Un gelido avviso annuncia che è iniziato un restauro. Al suo posto il foglio, il vuoto, la luce spenta. Seduto sulla panca, il dottore guarda tutto questo e cerca almeno un’impronta sfuocata di quello che era stato il volto di una donna sconosciuta. Il pittore si era posto davanti al cavalletto ed alla tela bianca, e aveva pensato ad un viso, di donna, per riempire quel vuoto. Aveva tracciato, una ad una, le anse di quel volto, che aveva visto nelle fasi REM del sonno, turbato dalle enormi ansie della sua vita di artista. Il dottore guarda e sente piano piano scongelare qualcosa dentro di lui. È quell’assenza che l’ha colpito al cuore. Avverte tutti i suoi vuoti condensati nella stessa unica sensazione: il vuoto della parete di fronte la panca, il vuoto vertiginoso del suo silenzio forzato, quello della tela bianca, dello sgomento del pittore colmato dallo sguardo della sconosciuta. Tutti vuoti a perdere, se lasciati scorrere senza alcuna percezione dei suoni, senza il calore di una donna reale. Come la portinaia! Il congelamento della sua natura era iniziato con una perdita e si stava esaurendo in quell’assenza. Eppure sente che l’immagine reale, quella che cerca da anni in quel cimitero organizzato di opere d’arte minori, è proprio quella parete vuota, bianca, esatta descrizione di quello che è diventata la sua esistenza. Così si alza il dottore e mette in atto una corsa affannosa verso casa. La gente lo guarda, incuriosita da quell’incedere scomposto sul viale, che turba il frivolo passeggiare di uomini e donne, lento sotto i platani. Lui corre, ed il movimento squassa l’intera sua massa corporale, fino ai timpani trasducendo suoni innaturali. Corre, e passa oltre l’occhio incredulo della portinaia, che lo insegue cercando di bloccarlo e capirne lo scopo. Corre, mentalmente, anche dentro l’angusta cabina dell’ascensore, ricostruendo connessioni di sinapsi inutilizzate da troppo tempo. Dal tempo della sconfitta e della perdita volontaria dei suoni. Corre, fino a fermarsi ansimante nello studio, dove accatastati, stanno libri di ogni tipo e dimensione e colore. Stanco siede ora sulla poltrona di fronte la finestra. Ha in mano una cornice con dentro una foto. Non è opportuno o importante descrivere i soggetti, non lo è. Ha solo importanza sapere che il dottore la tiene stretta e capovolta sulle gambe. Solo questo, e il fatto che, finalmente, lui ha voglia di sentire il campanello della porta, fortemente suonato dalla portinaia, preoccupata dal suo scomposto correre nell’androne del condominio più bello del viale.

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