Le soluzioni – La realtà delle mele

Pubblicato: 6 dicembre 2013 in Le soluzioni
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La realtà delle mele

Riccati, ha lo sguardo lontano, focalizzato tra la vetrina e l’immagine scolorita del marciapiede, oltre l’adesso delle persone in coda, davanti a lui, alla cassa di questo supermercato. Dopo anni di totale isolamento e quasi senza motivo apparente, ha ripreso brevi e asettici contatti con quella che dovrebbe essere la realtà. Così ogni giorno esce da casa, ricevendo il consueto saluto della portinaia, e compie la sua routinaria passeggiata. Alle volte arriva sino alla spiaggia e lì, lentamente, percorre lunghi tratti, osservando la sabbia spostarsi disordinatamente sotto i suoi piedi. Guarda il mare, il suo ondulante erodere la riva ed i piccoli cumuli di posidonia.
Oggi è invece entrato nel vicino supermercato. Ha come al solito carezzato la testa della piccola mendicante che, all’ingresso, lo aspetterà per ricevere un piccolo regalo in cibo. Lo conosce la ragazzina e sa che il sacchetto che ha in mano Riccati, disciplinatamente in coda alla cassa, è per lei. Ordinatamente lui scorre, insieme al flusso della gente, verso il nastro trasportatore della cassa sette. Le merci, su quel tappeto di plastica nero, acquistano un ordine che non avevano nei carrelli, e neanche nelle teste dei loro futuri padroni. Loro non ne hanno ancora il possesso, almeno finché non pagheranno la quota necessaria. La loro disposizione segue logiche che riflettono un’imminente suddivisione per sacchetti congruenti. I clienti, nell’attesa, scrutano l’apparente caos di roba etichettata, che affolla il carrello di rete di metallo, liberato dalla moneta ostaggio nell’apposita fessura. Poi delimitano la proprietà, con il divisorio coperto di pubblicità del supermercato e doveroso grazie per averlo scelto. Come se fossero loro a scegliere. Come se ancora esistesse un criterio di scelta. Non si rendono realmente conto che sono state le merci a scegliere loro come possibili padroni, attraendoli in quel museo del consumo dai volantini ammiccanti di offerte imperdibili. Merci che hanno voce più alta e chiara di quella deformata dall’interfono, dell’invisibile ragazza retribuita ad ore, per declamare i freschissimi arrivi ad un qualche bancone.
Riccati ha un solo sacchetto di mele etichettato con un codice a barre. Igienicamente composto mediante l’uso del guanto di plastica a perdere, che ha ancora indosso. Testimonianza della sua assenza mentale in quel luogo: seppur sia oggettivamente presente, la sua attenzione levita, infatti, su quell’accaparrarsi le merci in forma ordinata e disciplinata. Lui è fisicamente in quel posto, ma lo stesso vaga in uno spazio delle fasi sconfinato, ancora in cerca della soluzione. Pensa e guarda le mani veloci delle cassiere carine sancire i passaggi di proprietà, il preciso instante nel quale la merce entra nella disponibilità del cliente felice. Sono belle le cassiere dei supermercati quando sistemano l’acconciatura con piccoli movimenti delle mani, mentre aspettano che il cliente passi loro la carta di credito e, soprattutto, il documento di riconoscimento. Sono brave le cassiere dei supermercati, con uno sguardo veloce, a scrutare la faccia scura, stampata sulla plastica delle patenti lucide rosa e bianco. Capiscono al volo se si tratta del viso di un truffatore o di una brava persona. Per questo Riccati non usa mai la sua carta di credito. Per non mostrare il documento. Perché lui truffa, se stesso e gli altri, cercando soluzioni a problemi fitti d’incognite, simboli ed operatori. Lui paga con denaro contante, tenendo nascosta in tasca la faccia nel documento d’identità.
Lui e lei lo precedono nel turno. Sicuramente sono troppo lontani dal mondo di Riccati, dalla sua spasmodica ricerca di soluzioni. Loro, in quel posto, e tutti gli altri intorno, cercano illusioni, camuffate da offerta speciale. Truffe ben architettate, migliori delle sue eleganti dimostrazioni. Prodotti simili ai biscotti della nonna che stanno depositando sul nastro trasportatore nero, della cassa numero sette. Genuini e nutrienti, così come assicura la scatola di cartone in tricromia, con la foto simpatica della figurante povera, che ha venduto la sua faccia per saldare due mesi di affitto. La faccia finta allegra, solcata dalle rughe della disillusione di una carriera di attrice, troppo in fretta declinata in particine e comparsate in film di bassa qualità anni ‘70. Lui e lei fingono di ricordarlo quel viso della nonna, all’uscita di una scuola, con un regalino in mano. Fingono di associare a quel ricordo artificiale il suono di una campana, un corridoio, una scala lunga e l’uscita rumorosa verso la giornata assolata. La cartella agganciata alle spalle, il foglio con la bella del tema, piegato in due colonne, e sopra scritto in un bel rosso Bic, 9+. E la nonna che guarda quel foglio e bravi, entrambi, bravi. Il regalino allora è per il bel voto. Il regalino che è la cosa più fantastica che possa esistere, per festeggiare il 9+. Oltre alla teglia di biscotti, che messi da dieci minuti in forno emettono l’odore buono delle nonne e delle uscite da scuola, in mezzo alla fiumara di bambini con un foglio in mano e un numero rosso Bic scritto sopra.
Solo che lui e lei non hanno nessuno di questi ricordi. Ché la nonna non era all’uscita con il regalino in mano, ma rinchiusa in una casa di cura con le finestre chiuse, le porte chiuse, gli occhi chiusi, i pensieri chiusi dentro ricordi di guerra e fame e cadaveri da estrarre da sotto le macerie dei bombardamenti familiari. Delle nostre bombe. Nostre capite, nostre! Ancora non ci siamo resi conto che abbiamo colpito nottetempo le nostre nonne. Siamo apparsi sull’occidente con aerei e ferro e fuoco. Scappavano da casa con vestaglie e sottovesti pudiche. Portando con loro il terrore delle deformazioni plastiche delle costruzioni, crollate sotto i loro occhi di bambine. Perché erano nate bambine e troppo presto avevano sgravato figli che bombardano, nottetempo, orienti domestici. Che provocano i crolli di uomini impauriti, che quei figli avevano in parte concepito, in amplessi fugaci ed imposti dalla prassi, alla quale la generazione umana assoggetta le donne. Erano nate bambine e poi sono state mutate in nonne, per avere gambe e fiato da camminare verso un emporio e comprare un regalo per lui e lei e il loro foglio di bella, a colonne, con qualunque voto sopra. Anche per un due, sì! Per asciugare così le lacrime e la paura della voce rude di papà, che guarda il due e urla. Questo avrebbero dovuto fare le nonne, invece di chiudere noi e la nostra storia nel conflitto armato tra loro e i nostri futuri. Per questo lui e lei trattano con cura la scatola di cartone in tricromia, con la foto della figurante povera. La posano sul nastro trasportatore, come se fosse l’urna cineraria della nonna e dei suoi biscotti, appena usciti carbonizzati dal forno incandescente. Lui e lei che all’uscita da quella scuola, non avevano idea che un giorno si sarebbero conosciuti, e che avrebbero avuto voglia di seppellire una nonna. Insieme. Per farla uscire almeno cadavere dalla casa di cura chiusa, dove era coperta dalle macerie che lei e lui, ed i loro presunti alleati, avevano prodotto demolendo le scuole da cui uscivano bambini con le belle dei temi in mano ed i loro voti, onesti, scritti a mano, da maestri sempre attenti ad utilizzare il giusto colore di penna, nel modo giusto e con il voto giusto. Lui e lei lo guardano scorrere il feretro di cartone sul nastro trasportare. Con la finta nonna in tricromia testa in giù, scorrere verso la luce che ne leggerà il codice a barre. E poi i biscotti passeranno tra le loro proprietà, per sempre o almeno fino a quando non li finiranno tutti. Li ingurgiteranno un pezzo alla volta loro due, in un atto cannibale e necrofilo. Da soli. Senza un bimbo cui fare vedere la foto della nonna. Falsa. Non c’è il bimbo, perché la vita e la medicina hanno deciso così. E in fondo questa è una fortuna, perché sarebbe stato un altro lui o lei che non avrebbe trovato nessuna nonna, fuori dalla scuola, che regalasse loro simulacri di giochi di plastica cinese, in cambio di belle di tema, corrette dalle maestre precarie povere. I nonni sono in un’altra terra, madre di lui e di lei, allontanatisi non per scelta, ma per troppo amore. Chiusi dentro città uguali a case di cura, con gli occhi e le orecchie chiuse, anche quando in fila alle casse dei supermercati che frequentano, accarezzano con le mani rugose di anni e preoccupazioni, scatole di biscotti con tricromie stampate di nipoti falsi, figli veri di genitori figuranti poveri.
Riccati adagia finalmente il sacchetto sigillato dall’adesivo di carta, con il codice a barre, dinanzi all’attenzione della cassiera della cassa numero sette. Lei si sistema l’acconciatura. È il suo modo subliminale di richiedere la carta di credito, propedeutica a scrutare il documento di riconoscimento. Riccati lo sa e prima di venire investito dalla richiesta produce, davanti a quegli occhi, la banconota da venti. La cassiera è carina e agisce con la solita maestria, mentre conta il resto a mezza voce. Lo scruta comunque, per cercare qualche indizio della sua appartenenza sociale. Ne guarda le mani piccole, affusolate. La cassiera non ha mai visto un matematico e mai le sue mani. Sono simili a quelle di un musicista, gentili nel maneggiare integrali ellittici, come un violista a sfiorare le corde con l’archetto di crine. Più concrete però, come quelle del capo cantiere quando impartisce disposizioni per la distanza delle staffe, nell’armatura del pilastro fondamentale, centrale per la tenuta statica dell’edificio, bellissimo, che l’architetto visionario ha immaginato, nel chiuso del suo studio di vetro ed acciaio. Un capomastro però costruisce o almeno permette agli altri di costruire dall’inesistenza, dal disegno pensato, il qualcosa fisico che occupa gli isolati lungo i viali alberati, dove la sera passeggiano coppie di lui e di lei prima della vita o della medicina o dei pensieri cupi della precarietà, prima della spesa settimanale in uno di quei supermercati dove metti la moneta nell’apposita fessura, liberi il carrello e compri illusioni di nonne che non hanno mai subito bombardamenti notturni. No! Riccati non è questo. È solo il capomastro della demolizione, il violinista del silenzio, la risposta a nessuna delle domande che si può fare la cassiera carina, mentre invia la luce sul codice a barre dove sta scritto, in simboli digitali, l’esistenza analogica di quelle mele, altrimenti non rappresentabili e irreali. Non operare quella registrazione produrrebbe solo un furto maldestro, sotto gli occhi dei vigilantes che controllano le avvenute operazioni di trasferimento di proprietà delle merci, tra le holding che detengono le vite dei supermercati e le banche che possiedono le vite dei clienti. Tutti tranne Riccati però, che si vieta l’uso della carta di credito, per non svelare il suo volto reale alla cassiera della cassa numero sette che, consegnato il resto e fatto un sorriso, è pronta al prossimo soddisfatto cliente.
Riccati con il suo sacchetto in mano supera la porta scorrevole con scritto l’arrivederci asettico. Sul marciapiede vicino all’incrocio la piccola zingara bruna chiede qualcosa di elemosina. Lo attende come suo solito, per riceverne il sacchetto con le mele ed il codice a barre, che ne certifica l’esistenza digitale in questo universo. Lui e lei con le buste in mano, istoriate di marchi stampigliati, si allontanano verso destra. Riccati, con calma e rispetto di questa per lui incomprensibile realtà, si avvia in direzione opposta. Anche oggi, come da sempre ad oggi, ha avuto il suo momento di contatto con il mondo della realtà. E mani in tasca con calma e molto, molto rispetto, si avvia tranquillo verso casa.

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