Le soluzioni – Da qualche parte del tempo

Pubblicato: 1 dicembre 2013 in Le soluzioni
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Da qualche parte nel tempo

Il portone si apre con nessun suono e lentamente si richiude, dietro le spalle del dottore, lasciando fuori l’afa estiva. C’è fresco nell’ingresso, dopo la corsa in macchina lunga e tormentata dal pensiero della telefonata.
Il dottore sale in fretta le scale. Nella testa quella voce, per la prima volta sicura, dentro la cornetta. Nei movimenti l’inquietudine del presagio. La porta, appena socchiusa, trapela luce sul piccolo pianerottolo. Aprire, precipitarsi, analizzare con trepidazione la scena! Tutte azioni sequenziali, non intervallate da pause.
Per fortuna Riccati è tranquillo, seduto sulla sua poltrona, ha in mano il notes. Tutto è piccolo in questa stanza. Solo lo sguardo sulla pagina ha ampiezza e profondità di campo. Il resto è sfocato. Piccolo e sfocato. Riccati alza lo sguardo, accenna un gesto di saluto. E sorride.
«Ero certo che sareste arrivato in tempo.»
Il dottore siede sull’esile sedia impagliata di fronte la scrivania. Scruta lo spazio intorno a lui. Cerca conferme o smentite.
«Riccati la vostra voce era così sicura, che mi ha fatto temere… Ma per fortuna…»
L’intenzione del dottore è dare alla sua frase un senso interrogativo. Superfluo, perché l’enorme domanda implicita ha già saturato il silenzio nella stanza. L’aria è impregnata di assenza, del respiro aritmico di Riccati, del suo confinare l’intero suo tempo di vita in quello studio. Ambiente zeppo di ricordo, ragionato in ogni suo particolare e delimitato accuratamente, per impedire al mondo esterno l’accesso.
Il dottore lo conosce da sempre. Fisicamente Riccati è ancora integro. La sua anima invece è in cancrena, nella ricerca spasmodica di una ragione all’accaduto. Sua unica gioia è godere dello sgomento dell’amico, osservatore parziale di tutto quel dolore, dell’orrido che è divenuto Riccati. Un buco nero onnivoro, che ha occupato il posto di chi fu principalmente un uomo.
Lei è ancora nella foto sulla scrivania, impressionata dalla luce di un giorno felice. Il ritratto ne evidenzia le belle forme, aggettate sulla ringhiera del belvedere. La fotografa come parte architettonica delicata e quasi estranea al paesaggio circostante. I due uomini la guardano e ripercorrono la cronaca di quel giorno fatto di corsa frenetica, lampeggianti di ambulanza, attesa inutile, corsia misera, volti contriti, camici bianchi. E stasi definitiva. Assenza di moto, di vita. Di storia futura.
«Dottore, pensavo che il tempo avrebbe lenito. Ed in qualche modo aggiustato, restaurato. Coniugavo questi verbi e li annotavo con meticolosa cura, nell’elenco delle cose necessarie da attuare. Ho tentato di procedere ordinatamente. La sequenza di azioni è diventata talmente lunga che in questo taccuino non trova più posto. È finita dottore, non riesco ad annotare più nulla. La stessa fine, che tanto l’ha preoccupata nella mia voce, quella fine, è in fondo alla nota e dovrà aspettare.»
Il dottore guarda il volto di Riccati. La scrivania è carica di volumi, disordinate presenze nello spazio vuoto tra lui e l’uomo. Lo guarda, studiandone i movimenti involontari delle rughe della fronte. Tradiscono la finzione, sono una maschera rituale, che vuole indurre il dubbio sulla persistenza della ragione, in quel corpo oramai spento. Lui ha la certezza che la faticosa ricerca della necessaria trasformazione sopravvive, tenacemente, in quell’involucro inerte, seppur percorso nelle vene da un incessante flusso ematico. Ha ancora fiducia nel suo tentativo di trasformare in altro il dolore assoluto, lancinante, delle mani sdrucite dalla corda, che calano dentro la terra, una bara.
«La vita è anche questo Riccati. Ne abbiamo parlato tante volte, e tante altre ne abbiamo concordati almeno i principi. Lei deve modificare questo corso in maniera volontaria. Le terapie e i farmaci fanno quello che possono per aiutarla, ma la sua volontà negativa rende impraticabile ogni cura.»
Le rughe mostrano un orientarsi dell’attenzione, non così usuale sulla fronte di Riccati.
«Dottore, tutto quello che percepisce è prodotto della mia volontà di alterare il corso degli eventi. Il mio lavoro è stato sempre ragionare di soluzioni, utilizzando la matematica come regola monastica. Ho guardato alle equazioni come semplificazioni della vita. Cercando di comprenderne il meccanismo e smontarne le difese, per svelare le soluzioni nascoste. Ho verificato come la trasformazione sia spesso chiave, che apre passaggi segreti alla semplificazione del problema. Ricorda l’equazione di Riccati? Probabilmente no. Il suo interessarsi di medicina sicuramente l’ha allontanata dal calcolo differenziale. A lui debbo il cognome che ho scelto. Dentro quella teoria di simboli, c’è l’esatto enunciato della necessità di trasformazione, che ci ha condotto sin qui. Non parlo solo di spazio. Io ho voluto trasformare il tempo. Lei, come molti altri, ne ha un’idea lineare e crede di essere coevo al suo esistere. La sconvolgerò rivelandole che noi due siamo nati contemporanei di Eulero. Incongruente quindi la possibilità di una mia telefonata, del suo preoccupato ascoltare il mio vagheggiare suicida e del percorso in macchina, qualunque sia stata la distanza. Incongruente, se non avessi cinicamente operato svariate trasformazioni, assecondando la mia disperata voglia di ucronia. Che cosa sarebbe l’adesso, se non fossi vissuto in quel momento e in quello spazio dove si produsse il trauma? Questa domanda mi ha ossessionato, stimolando l’estensione delle trasformazioni in ambiti nei quali mai avrei dovuto operare. Anche in questo momento, io e lei stiamo sperimentando un tempo contorto e contraddittorio, non fisico eppure reale. Nascendo e morendo in sequenze non logiche, seppur numerabili. La tragedia è rendersi conto, solo ora, che ogni configurazione temporale, non evita l’incontro con la struttura intima del dolore. Sempre acuta e violenta nell’azzannarci le viscere, avvelenando il sangue e le strutture vere del pensiero.»
Riccati indica una vecchia edizione ingiallita di Also sprach Zarathustra, confusa tra l’accatastarsi dei volumi sulla scrivania.
«Ho incontrato anche il tedesco, da qualche parte nel tempo. Anche lui sconcertato dal mio vagare. Con lui ho avuto l’impressione di essere in sintonia, sulla tecnica analitica adatta alla soluzione. Insieme, abbiamo formulato un altro tipo di trasformazione: il trascendimento. Lavorando ho scoperto che l’equazione circolare del suo tempo è linearizzabile, e il semplice cambio di variabile svela – pensi dottore – il segreto del fiume del saggio Siddharta. L’esistenza che scorre occupando tutti i punti dell’eternità, rende trascurabili gli attimi, li assimila a infinitesimi di tempo. Ogni attimo. Compreso quello che ci ha portato al collasso. Restringere il dolore in uno zero, in un intorno dell’inesistenza. Capisce? Ero vicino alla soluzione!»
Riccati ha gli occhi fiammeggianti, di chi guarda il suo inferno senza speranza di remissione del peccato. Il dottore ha chiaro adesso lo sgomento che si prova a guardare nel buco nero, dentro il quale quell’uomo lo sta precipitando. Riccati annusa, vittorioso, l’aria di sconcerto che adesso impregna lo studio. La centellina per evitare di consumarla tutta in poche rapide inspirazioni.
«Almeno così credevo dottore. In verità, seduto a guardare il fiume, ho percepito l’errore grossolano che stavo commettendo. Seppur ridotto ad infinitesimo, il dolore della perdita era lì, fermo davanti a me, per tutto il tempo dell’universo. Una ripetizione infinita di quell’acuto immane dolore. Capisce? Uno straziante fermo immagine, un infinitesimo sconfinatamente dilatato ad occupare l’intero universo. Lo zero è divenuto la quantità più enorme di un universo negativo. Per questo sono qui, adesso. Qualunque sia la forma del tempo – circolare, rettilineo, curvo, frattale – preferisco confinare la mia posizione qui, su questa poltrona. Dentro lo spazio di questo studio. Il dolore è stato, e sarà. Ma l’infinitesimo tra un passato e il suo futuro è forse l’unico posto dove si minimizza la pena. Il mio particolare zero spaziale, dove trascorrere il tempo che mi separa da quell’ultimo rigo. Mi spiace solo averla coinvolta nel mio cinico trasformare, ma la mia ricerca non ha morale. La mia matematica non ha pietas. Conosce solo la necessaria effettuazione dei passaggi, utili alla soluzione. Purtroppo solo ora ho compreso che anche lei non ha più un tempo suo. L’ho costretta a seguire i miei salti in direzioni pseudocasuali, trascurando come il resto del nostro mondo stesse percorrendo altre linee e circonferenze. Adesso siamo realmente soli. Nessun nostro ascendente o discendente o amico ha la sua vita in questo tempo. Non nego esista una nuova trasformazione che ci riporti al primo punto di biforcazione, ma la mia matematica non ha più dominio su questo. E le confesso che non ho neanche voglia di continuare a studiarla. Quando oltrepasserà quella porta, lei non avrà più neanche me. Ed io neanche lei. Questa è la verità. Mi spiace. Davvero.»
Riccati china la testa sul notes, sulle parole accumulate sul foglio con calligrafia minuta. Tutto è piccolo in questo posto, anche lo spazio di separazione dalla foto della ragazza, che si sporge sulla ringhiera sorridendo. Il dottore ricorda bene quando gli correva incontro per abbracciarlo al rientro dal lavoro. La ricorda bene. Di lei è rimasta solo l’impressione della luce di quel giorno felice. E forse tracce fossili, nell’umido ricovero della buca poco profonda, non troppo distante dalle costruzioni future di vetro e acciaio. Dentro, uomini a donne a seguire un tempo tutto loro. Diverso da questo, anche se apparentemente simile. Ignorano completamente come quello sia solo l’inganno ordito da Riccati, solo uno dei suoi striminziti infinitesimi, assurto ad eternità.
Dubita il dottore del racconto di Riccati. Ha perfettamente presente come la sua mente abbia reagito a quella tragedia, affastellando idee e nozioni, lette o ascoltate durante la sua esistenza. E così facendo guarda ancora il piccolo notes. Cerca conferme. Chiede ora con garbo, se può leggere l’appunto. Riccati non lo percepisce realmente, compresso nel suo inesistente attimo di pace, ma allunga la mano e il notes. Il dottore legge, con calma, scandendo in mente ogni sillaba.

Io odio!
Odio questi suoni
Queste voci
Questo tempo
Questo tempo burrascoso
Questo tempo finito seppur interminabile
Questa luce calda
Queste quattro mura
Questi pensieri
Questo moncone di vita
Questa testa che non da tregua
Questo bisogno
Questa finestra chiusa
Queste parole che scrivo
Questo stare soli
Questo essere soli
Questo dover essere soli
Questo dover stare soli

Il piccolo portone si richiude dietro le spalle del dottore. Lentamente e senza suono. Riccati è fisicamente e temporalmente lontano. I due non sono destinati ad incontrarsi più. Almeno consapevolmente. È pur vero che tra alcuni anni s’incroceranno, per qualche attimo, in coda al supermercato. Riccati chino su un sacchetto di mele. Il dottore con il rimorso di essere arrivato tardi quando, preda del delirio e dei farmaci, la giovane moglie era volata via. Oltre la ringhiera del belvedere vicino a casa. Lasciando la sua vita, perennemente, nel silenzio.

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