Donne in rosso – parte prima

Pubblicato: 29 novembre 2013 in Palindromi

Ero nel deserto.
Solo!
Nulla intorno, neanche le dune.
Tutto piatto immobile, nessun movimento d’aria.
La forma più esatta e definitiva di una terra morta, senza alcuna vita o atmosfera.
Ero stanco.
Sdraiato sulla sabbia a naso in su, a guardare un cielo che aveva perso ogni colore. Senza luce o nuvole o ombre.
Sterile come la sabbia su cui giacevo e su cui camminava lei.
Lentamente.
Le sue orme lasciavano traccia – l’unica che vedevo in quella sospensione di vita che avevo intorno – sulla sabbia.
Erano orme profonde. Orridi, dentro cui precipitava il mio sguardo. Scavava baratri intorno a me, perché aveva il peso insopportabile della vita, che come paraschisti crudeli le abbiamo eviscerato in vivo. A mani nude, immergendo le dita ossificate, dentro il suo ventre. Deglutendo pezzo dopo pezzo le sua interiora. Masticandone il sapore amaro, con i pochi denti aguzzi e ingialliti che appaiono sul ghigno, dal quale sbava sangue e secrezioni arrossate da quell’emottisi.
Stesa accanto a me era inerme.
La sua pelle era rossa del sangue che la imbrattava.
Orrendo il ventre svuotato e non suturato emanava odore di coagulo raggrumato.
Aveva l’aspetto di una catastrofe esagerata. Sembrava che il deserto che avevo intorno fosse dentro di lei, traesse origine da lei. E che la sua presenza amplificasse infinitamente l’assenza di vita, al punto che, anche io, non riuscivo più a far circolare sangue nel mio corpo.
Io stesso disidratato e mummificato. Privato completamente di esistenza. Annientato in sabbia che nessun vento spazzava via da quell’atroce scenario.
Lei, con entrambe le mani afferrò i due lembi di carne macilenta, squarciandoli ancora e ancora. Sotto le costole il suo cuore rantolava. Pompava affannosamente il poco plasma che rimaneva ostinatamente in circolo. La mano destra iniziò a rompere ossa e cartilagini.
Schegge affilate arrivavano sulla mia faccia. Mi ferivano. Io avevo tutti i muscoli bloccati. Anche il conato di vomito che sentivo salire, rimaneva congelato. Ed i succhi gastrici iniziavano a digerirmi dall’interno. Mi stavo divorando da solo l’anima, l’ultima cosa risparmiata dalla sabbia.
In uno spasmo, mi girai. Lei si era estratta il cuore. Lo teneva tra le sue mani, ancora palpitante.
E… sorrideva.
Sì! Lei era oramai il suo cadavere putrefatto, ma sorrideva, anche quando si alzò grondando viscere e sangue. Sorrideva. Sì!
Con il cuore in mano si alzò, guardando quello che più somigliava ad un orizzonte. Un gesto violento e un urlo inumano accompagnarono la sua mano, nel conficcare nella sabbia accanto a lei il cuore ancora pulsante. Un’onda d’urto colossale squassò d’improvviso il deserto. Le creste circolari si allontanarono veloci da quell’epicentro. E dal baratro delle sue orme sgorgò violenta acqua. E vegetazione spuntò sulle dune, e vento si alzò maestoso. Stormi di uccelli invasero il cielo, velocemente popolato di nuvole nere. Scrosciò pioggia e grandine.
Lei sorrideva davanti a tutto questo. Lo squarcio nel suo ventre si ricuciva, lentamente. Mentre sotto i miei piedi, la terra si apriva.
Lei sorrideva, mentre l’acqua invadeva tutto e tutti. Sì! Perché eravamo in tanti, troppi, tutti in fila, muti, troppo muti. E l’acqua si infilò nello squarcio della terra, che era poi quello del suo ventre.
E ci tirò tutti dentro, nel gorgo del più grande, vorticoso, liberatorio sciacquone mai visto su questo magnifico pianeta.
Nel frattempo lei, finalmente, rideva!

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