Niente da dire – parte prima

Pubblicato: 15 novembre 2013 in Palindromi

La scenografia si compone di una panchina. Solo quella.
Luce sopra ad illuminarla nel buio totale di un piccolo palcoscenico. Non siamo realmente in un teatro. Ma in una mia personale ambientazione mentale. Ed il buio serve ad isolare i due personaggi dalla patetica coreografia circostante.
I personaggi sono due: un ragazzo e una ragazza. Negli anni ’80 li avrei abbigliati come i R’n’R Children di R.J.Dio. Oggi invece li vedo più sobri. Sportivi, ma sobri. Anche se la musica che ho in testa è sempre quella. Sono seduti sulla panchina. Lei ha le mani sulle sue gambe. Lui le cinge le spalle con il braccio. Al buio. La strofa li descrive.

They were lost in the dark
And they never returned
Just like somebody slammed the door

Il buio è anche in sala. Accanto a me c’è qualcuno! Lo avverto respirare, ma non riesco vedere nulla.
Per prima parla la ragazza – “Ci dite qualcosa?”
Silenzio assoluto. Si sentono i timpani trasdurre solo l’assenza di suono.
Poi parla lui – “Ci volete dire qualcosa?”
Uno spot illumina un tizio accanto a me.
Ma quanti diavolo di anni ha? Sembra un pupazzo di cartapesta e plastica. Parla, parla, parla. Barzellette, aneddoti, doppi sensi. Mentre parla il chiarore dello spot illumina fioco anche il palcoscenico. Intorno alla panchina danzano ballerine, si esibiscono giocolieri e nani si spingono cadendo in modi buffi. Non vedo gli spettatori, è troppo buio, ma in sala sento risate e scroscio di mani e fischi e urla.
La ragazza da terra prende un sasso. Ne ha un cumulo davanti. Lo lancia sul riflettore. Rumore di vetri e fumo. E poi buio e silenzio. Sui timpani sensazione di nulla.
“Ci dite per favore qualcosa?” – i due ragazzi in coro.
Un’altra luce, meno concentrata, illumina un altro tizio in platea. Ha accento toscano e gente intorno. E parla, parla, parla. Barzellette, aneddoti, doppi sensi. Mentre parla il chiarore mostra nuovamente il palcoscenico. Su vari piedistalli pesantissime figure umane declamano versi di poeti antichi. Lugubri. In platea sento mugugnare, e applaudire. Qualcuno ride. Altri piangono. Qualcuno viene portato via urlante dalle maschere.
Il ragazzo prende da terra un sasso. Lo lancia. Vetri rotti, fumo, buio. E silenzio.
Poi si gira verso la sala – “per Dio, ma avete qualcosa da dirci?”
Un faro punta sul loggione. Uomini in cravatta, mostrano grafici bellissimi su qualcosa di evidentemente eccezionale. Fischiano per richiamare l’attenzione della sala. Loro sembra proprio che abbiano qualcosa da dire. Cifre, tabelle, listini. Sul palco un rave di gente urlante e felice, festeggia il nuovo meraviglioso mondo fatto di cifre, tabelle, listini.
L’operatore dietro il faro si avvede appena in tempo che i due ragazzi hanno in mano un sasso ciascuno. Spegne tutto e scappa. Un attimo appena prima che la gragnola di pietre devasti un po’ tutto.
Di nuovo buio in sala. E silenzio. La ragazza esce un attimo dalla scena e dietro le quinte aziona l’interruttore che porta la luce intensa in quel posto. Il ragazzo ci guarda strizzare gli occhi accecati. Ci guarda ed urla.
“Ma vi rendete conto che non avete niente da dire? Niente!”
Io giro lo sguardo e vedo gente che da lontano sembra bella, tirata a lucido per la serata di gala. Ma questa che hanno acceso è luce crudele. Si vede che sono tutti zombie in semiputrefazione. Pezzi di marne marcia, cadente sui doppi petto costosissimi, sulle perle avorio, come avorio sono i denti che spuntano dalle mascelle scarnificate, dalla pelle rattrappita di labbra corrose dai vermi. E mosche ovunque e puzzo di cadaveri composti su poltrone rosse ridotte a colatoi immondi. Non dicono nulla perché il rigor mortis li ha privati di muscoli e fiato. Quello che si sente di loro è il contributo RVM, di una regia scaduta sul pecoreccio squallido delle televendite di pannoloni sporchi di vecchiaia e morte.
È troppo, è troppo! Forse urlo anche, e finalmente mi sveglio dall’incubo. Davanti a me la panchina. I due ragazzi mi guardano. Ma non siamo in un teatro e c’è tanta luce. Troppa luce di sole. Intorno a noi un deserto enorme. Sconfinato. Un deserto di sassi a perdita d’occhio. Li guardo smarrito cercandone la fine.
Mi volto verso i due giovani che si tengono per mano.
“Non capisco”- dico – “dove siamo? Cosa sono questi sassi?”
La ragazza ride – “questo è il nostro mondo. Non ti eri accorto di nulla ancora? Noi viviamo in questo deserto sotto il sole crudele che ci disidrata. Una volta era solo sabbia qui sai?”
“Ed i sassi? Come ci sono arrivati?”
“Abbiamo fatto come gli ebrei. Ogni volta che uno di noi si è arreso, che ha esaurito la sua acqua vitale in questo deserto. Lo abbiamo deposto qui in forma di sasso. Come ricordo del senso di un lutto.”
Sgrano gli occhi e li guardo spaventato.
“E voi? Voi come state?”
Lei si avvicina e mi prende le mani. Sono roventi. Sono già della materia del sasso. Pronte alla metamorfosi litica.
“Ma io, io posso fare qualcosa?”
I ragazzi mi guardano e ridono.
“Si papà, per favore, almeno tu dicci qualcosa.”

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