Esercizio della Holden

Pubblicato: 8 novembre 2013 in Uncategorized

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Questo il post della scuola Holden. Potevo non tentare l’esercizio? Sì, ma meglio divertirsi un po’.

Io sono quello seduto accanto alla finestra. Guardo la luce del pieno sole autunnale e penso alla consegna. Al bambino, i guanti, i colori, l’anziano. Il racconto ha la necessità di prendere forma, sullo schermo bianco del pc. Ma la logica delle cose, delle congetture non fila. Si inceppa ogni volta che penso al bambino con i guanti bianchi.
Potrebbe averli rubati? Ma rubati a chi? Ad una signora anziana che lo accoglie in casa per dare una mano alla mamma? Sì ricordo adesso, la signora Giulia. Era dirimpettaia discreta. Guardava la mamma uscire e rientrare ad orari scomodi. E quando proprio non poteva farne a meno anche la notte. Così alle volte mi accompagnava dalla signora Giulia, nella casa della naftalina. Eh, sì! Tutto in quella casa era invaso dal terrore per le tarme. Fossi stato parassita in quella casa non ci sarei comunque entrato. No! A prescindere da quell’orrenda puzza. Quella casa sapeva di vecchio. Di morte e di vecchio. La naftalina la copriva appena quella sensazione. Ma se ti allontanavi dai cassetti e dagli armadi lo sentivi, sotto traccia, l’odore di morte e di vecchio.
Era entrato in quella casa un giorno d’estate. Io non lo sapevo, perché la signora Giulia parlava pochissimo, ma era entrato in estate. Con il caldo e lo scirocco. Era entrato con il viso contrito dell’uomo delle pompe funebri e non era andato più via. Il povero Giulio invece era uscito, composto nella sua bara di noce. Quell’odore no. Era rimasto, allegato al rosario che la signora Giulia sgranava due volte al giorno in memoria di…
Giulio e Giulia, che strana combinazione. Si erano conosciuti sotto i bombardamenti alleati. Lei aveva paura e urlava, lui non aveva più voce e la teneva stretta, mentre dal tetto del rifugio pioveva polvere giallastra e pezzi di intonaco. Di tanta vita insieme le era rimasto il rosario, e la solitudine. Aveva mandato via anche le tarme e gli insetti a forza di naftalina ovunque. In quella casa non c’era più forma di vita, niente piante, mosche, cardellini in gabbia, niente. Neanche lei era più una forma di vita. Era già una forma di morte. Non esisteva. Era della stessa materia del rosario. Una plastica di un giallo simile alla polvere d’intonaco, che cade dal tetto dei rifugi sotto i bombardamenti. Gialla ed inanimata. Gialla e lontana dalla forma della vita.
Gialla. Anche se io il giallo non so che sia. Non l’ho mai visto, io. E neanche il rosso, il verde, il blu. Niente. Sono daltonico. Meglio, anzi peggio, ho l’acromatopsia. Ce n’è voluta di pratica per mandare giù questo termine. Mi allenavo sotto le lenzuola a dirla. Una sillaba alla volta: a-cro-ma-to-psi-a. Mi allenavo e sognavo di essere dentro una capsula spaziale, in viaggio verso un pianeta dove tutti avevano l’acromatopsia. Dove il cielo era sempre di un bel bianco terso, e gli alberi, le foglie, i torrenti, tutti grigi. Pensavo al pianeta Acromatos – così lo chiamavo – e sillabavo la mia cecità ai colori. Ma tante cose mi risultavano più facili, non avendo colori nella mia visione del mondo. Cosa era la vita grigia di mia madre, ad esempio, lo sapevo meglio di lei. Perché la stanchezza è di un bell’antracite scuro, quando tiri sù un bimbo da sola. Io infatti non manco solo dei colori. Ma anche di padre. Questo non vuol dire ovviamente che nasco per virtù dello spirito santo, per carità! Non so se questo fatto è pure una malattia. I colori ci sono, almeno così mi dite, ma io non li vedo. E questa cosa si chiama in quel modo strano. Anche mio padre c’era, almeno così mi dicono, ma io non l’ho mai visto. E non ho idea di come si chiama questa malattia. L’ho chiesto tante volte in giro il nome, ma a parte ricevere silenzi e carezze sulla testa, non ho mai avuto informazioni e sillabe da imparare.
Mia madre si era ritrovata con me dentro la pancia in un giorno d’estate. Doveva essere un periodo strano quello. Tutto l’anno non succedeva niente ed invece appena arrivava l’estate, nella mia vita succedevano cose importanti. Mio padre era uno che l’aveva vista ad una festa e l’aveva anche amata. Poi si era eclissato, lasciandola sola davanti alle urla di mio nonno. Anche di mio nonno non avevo ricordi. Sì, lo vedevo ogni giorno, nella foto sempre più sbiadita che mia madre teneva accanto al letto. Ma questo non era un ricordo, al più una informazione.
Le urla ed i ceffoni l’avevano sbattuta a terra. Mia madre non ne voleva sapere di buttarmi via e non voleva dire chi era il padre. Così si era rialzata ed era andata via. Aveva portato con sé solo quella foto, per farmi vedere un giorno come era fatto mio nonno, e si era trovata un modo per farmi nascere. Io me lo ricordo quel ceffone, mi ricordo lo sballottamento dentro il ventre liquido di mia madre. E sono convinto che la mia malattia è cominciata in questo modo. Con la caduta violenta di mia madre a terra. Avrò urtato qualcosa di duro, magari il cuore, che era con il tempo diventato basalto. Ed i colori dai miei occhi erano svaniti, di colpo. Persi per sempre, per evitare che mi rendessi conto del grigiore reale della non vita di mia madre, in quel bugigattolo di casa, dodici-diciotto ore al giorno infilata nello stretto spazio tra due macchine che tagliavano jeans di marche famosissime. Jeans blu. Anche se io li vedevo grigio scuro. Quelli che ogni tanto mi portava a casa, per rimpiazzare i miei, oramai logori e striminziti. Ma per fortuna a me il grigio scuro è sempre piaciuto.
Il tempo sta passando inesorabilmente. Io sono sempre alla finestra con la pagina relativamente piena di parole e di connessioni logiche tra esse, che daranno vita alla storia da consegnare. Il bambino daltonico, l’anziano. E i guanti? Cosa possono raccontare dei guanti in questa storia.
Eppure in effetti anche questo ricordo. Dicevo della casa della naftalina mi pare. E della signora Giulia. Lei da ragazza aveva una merceria, in una piccola traversa del corso. Poi aveva sposato Giulio ed allora aveva chiuso tutto, e si era consacrata alla famiglia ed alle figlie. Fino a quel maledetto giorno d’estate, quando Giulio la lasciò sola e senza più vita utile in quella casa.
La signora Giulia parlava poco, quasi niente. Ma un giorno mi disse – “vieni ti faccio vedere una cosa”. Mia madre era al lavoro, c’era un ordine urgente e si produceva anche di notte per smaltirlo. Io con il pigiama addosso ero a casa della signora Giulia. E lei quella volta mi parlò e mi portò, tenendomi per mano, nel saloncino. Aprì uno dei cassetti del trumeau e dalle palline di naftalina tirò fuori una scatola, di cartone con i bordi usurati e gli spigoli fissati con lo scotch ingiallito. Con le mani su quella scatola mi raccontò tutto quello che ricordo della sua storia. E della storia di Giulio. Mi raccontò della merceria e delle calze francesi e dei guanti ricamati. Si vedeva che aveva necessità di parlare, di affidare a qualcuno tutte le prove della sua esistenza, prima che l’oblio del tempo desse il suo definito colpo di spugna. Io ascoltavo e vedevo le sue mani vecchie che sapevano di morte, accarezzare la scatola, come se fosse la mano di Giulio. Come se non fosse li con me a raccontare tutte quelle cose, ma a braccetto con il marito a passeggiare sul lungomare. Accarezzava la mano di cartone e sentiva sul viso la brezza salata della sera, ancora una volta. Poi con una delicatezza atroce aprì la scatola e dispose tre paia di guanti, ancora nella busta di plastica trasparente, sul tavolino basso davanti al divano. Della merceria era rimasto solo questo. Le tre paia di guanti ricamati. Uno grigio chiaro, uno bianco candido ed il terzo color pesca. Io ero incantato dai motivi floreali incisi su quei tre esemplari, provenienti da un altro mondo a me lontano. Lei mi disse che il più bello, quello pesca, voleva fosse dato a mia madre. Il giorno che lei sarebbe andata via.
“Via dove? Signora Giulia?”
“Via! Lo capirai da solo. Ma tu ricorda dove sono messi i guanti, così quando non ci sarò più prenderai quello color pesca per tua madre e darai gli altri alle mie due figlie”
“Signora Giulia, ma le sue figlie sono lontane come faccio a rintracciarle?”
La signora sorrise – “quando andrò via, arriveranno anche loro, tranquillo.”
“Signora come è il colore pesca? Io vedo solo grigi lei lo sa. Mi piacerebbe vedere per una volta un colore”
Lei mi guardò intenerita – “pesca è il colore della frutta estiva che mordi, in riva al mare, appena esci dall’acqua e tua madre ti avvolge nel telo e ti abbraccia. È la luce del sole che tramonta dietro un orizzonte di agosto, l’afa sulla pelle, il sudore che scende sulla fronte e la brezza del mare che ti scompiglia i capelli. È la pelle di tua madre, quando diede il bacio all’uomo che l’amò sino a darti vita, dell’esatto momento nel quale lei si abbandonò stanca sulla schiena e ti diede vita.”
E lo vidi quel colore. Ed era bellissimo, era tutto quello che mi sarei aspettato da un colore. Lo vidi comparire sui guanti in mezzo a quell’universo grigio. Ed allora pensai che dovevo portarlo alla mamma subito. Per ridarle il sorriso, per cancellare il futuro della fabbrica di jeans, che avrebbe chiuso per andare in oriente. Ero sicuro che quei guanti avrebbero cancellato tutto quanto. Potevo prenderli, rompere il patto e prenderli. Erano lì in cima agli altri, nel pacco di cartone usurato. Ma la signora aveva già riposto il tutto in mezzo alle palline di naftalina e mi stava accompagnando nel letto, dove avrei trascorso la notte.
La mattina dopo, salutai la signora e mi avviai verso la porta. Solo come al solito, mentre il rosario aveva iniziato la sua dolce cantilena mattutina. Mia madre, stanca morta della notte era giù e mi aspettava. Ma passando davanti alla porta del saloncino ebbi un sussulto. Con circospezione entrai nella stanza e tirai fuori dal cassetto la scatola. I guanti pesca erano ancora lì, ma non li presi. Tirai fuori quelli bianchi e facendo attenzione a rimettere tutto in ordine li portai via. In silenzio corsi giù per le scale. Mia madre aveva un volto raggiante anche se stanco. I guanti pensai. Già facevano effetto, avevo ragione! Figurati quando glieli darò! Accanto a lei c’era Mario. E le teneva una mano sulla spalla. Con affetto.
“Mario ti porta a scuola oggi, mentre io riposo. Sei contento?”
Io lo guardavo e pensavo ai guanti. E che in fondo li avevo rubati. Lo avevo fatto per far ridere mia mamma, va bene! Ma sempre di furto si parlava.
Quando tornai a casa da scuola, sotto casa della signora Giulia, c’era confusione di gente che parlava sottovoce. Se ne era andata davvero. Lo sapeva già ed avevamo fatto il patto. Ora la signora era andata via, a passeggiare di nuovo con il signor Giulio. Quindi anche io potevo stare tranquillo. Avevo agito un pochino in anticipo. Ma poteva andare bene così.
Mia madre al funerale della signora indossò i guanti bianchi ed era bellissima. Tornando a casa dal cimitero, la mamma mi fece raccontare di nuovo la storia del cassetto e della promessa. Poi mi chiese perché quelli bianchi.
“Vedi mamma io ho l’acromatopsia. Ma lo stesso volevo che per una volta vedessimo, entrambi, tutti colori del mondo. Ed il bianco è proprio questo: tutti i colori del mondo fusi insieme. Tutti. Ed io e te, ogni volta che li guarderemo, avremo davanti lo stesso arcobaleno, in cui il grigio non avrà posto.”
Io sono quello seduto accanto alla finestra. E penso che così può andare. Ho appena consegnato la storia e adesso guardo fuori il mondo monocromatico, che i miei occhi malati sanno leggere. Giù in macchina mi attende già Mario. Stasera sono a cena a casa sua e della mamma, per festeggiare insieme il loro anniversario.

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