Il colore del futuro

Pubblicato: 4 novembre 2013 in Palermo

Palermo mi frega sempre. Io ci tento a buttarla giù. Come tutti quelli che se ne sono andati. Volenti o nolenti. Ci tento andando sempre a fare le vasche in via Libertà, sotto i platani. Così posso ammirare la devastazione delle vetrine dei negozi di marche assurde e la desolazione delle botteghe buie, abbandonate. Le schiere dei ragazzini con i cellulari in mano e le facce atroci di quelli che attendono di rapinarglieli. Personaggi entrambi senza speranze, su questo palcoscenico.
Trovo sconsolante il fatto che Extrabar e Pinguino non esistano più. E mi rovino le budella a guardare il tetto a cassettoni della vecchia libreria Flaccovio, sovrastare esposizione di calze e mutande. C’era stato Tomasi di Lampedusa ed ancora, cercando bene, ci trovavi i diari del Villabianca. Magari qualcosa è rimasto tra collant e boxer. Chissà.
Poi passi il Massimo ed è lì che Palermo ti aspetta al varco. La domenica mattina presto ti tende l’agguato. Ti trovi sparato in un mondo di volti indiani, arabi, cingalesi. Uomini con le barbe bellissime, bambini scuri in viso, ma felici perché giocano con questi padri dalle belle barbe. E donne! Donne in abiti colorati, sciarpe damascate, sandali incrostati di pietre dure. Parlano lingue gioiose che non conosco. Le sillabe mi raccontano di terre lontane, spezie profumate, legno di sandalo. Accarezzano i bambini vicini e passeggiano con ragazzi, che di quei bimbi sono padri.
E poi cammino e sento parlare francese, tedesco, spagnolo, inglese. Alzo gli occhi e vedo il cielo di un turchese intenso, uguale a quello della sciarpa che compro per mia moglie da un tunisino. Davanti a me altre donne, con il bindi rosso sulla fronte, parlano con un tizio nel suo caftano a righe bianche e azzurre. Ad un tratto un uomo pelato con giacca e pantalone bianco candido e gilet verde smeraldo. Ha mani da musicista ed un accento strano. Dietro uno dei quattro canti spunta la maiolica della cupola di San Giuseppe, che brilla al sole come la pietra d’Aspra delle facciate.
Alla Martorana mi accoglie il papas, con la sua barba bianca ed il kalimafion in testa. Ha un accento palermitano fortissimo e parla con due ragazzi in albanese. Dentro, i mosaici di Ruggero splendono nuovamente, come davanti a Giorgio d’Antiochia. Il pantocrator mi osserva gelido. Intorno oro ovunque e azzurro e verde e lapislazzuli all’altare.
Esco in preda al panico, Dio mio mi gira la testa. Sono in un caleidoscopio di macerie colorate. Non ha senso, non ha senso grido, correndo verso casa. La gente mi guarda divertita ed io corro, corro. Fino al mare. Blu, violento, increspato di schiuma bianca soffice.
Palermo non ha senso, perché questo mondo non è più interessato alla bellezza. Per questo si mostra con le sue pietre demolite, i suoi vicoli maleodoranti, la munnizza, le doppie file, l’incuria e la vastasaria. Ci rivela come è il nostro mondo realmente. Ci sputa in faccia per aprirci gli occhi, a scopo terapeutico. Il mondo senza bellezza è uguale alla Palermo demolita e abbandonata. Si mostra cadavere in decomposizione proprio per richiamarci alla vita. Ma noi siamo sordi e ciechi. Ed allora fa quello che ha sempre fatto, ogni volta che il mondo ha dimenticato la bellezza. Chiama gente da tutti i ‘gnuni della terra. E gli regala tanti pennelli ed i colori dell’arcobaleno. E li porta tra le macerie, davanti al cadavere e dice forza amunì! Cominciate a pittare, mettete dentro questo cadavere i vostri colori, gli odori delle vostre cucine, i vostri Dei colorati. Io, Palermo, ci metto il futuro. Voi metteteci i colori. Faremo una città bellissima, imperiale. Ed a forza di colorare, i re normanni ritorneranno in vita. Usciranno dai loro avelli in cattedrale e sfileranno in pompa magna, per il Cassaro, nelle loro vesti di basilei. E torneranno le ricamatrici di Tebe a palazzo reale, a tessere un manto fatto di tutti colori del mondo. E sarà così bello che ovunque, tutti si chiederanno come si era fatto fino ad ora senza tutta quella bellezza. Prenderanno a pietrate banchieri ed economisti e ricominceranno a comporre poesie bellissime in volgare. E dipingere Madonne e frutta di martorana.
Palermo mi frega sempre. Pare un cadavere morto e decotto. Poi giri l’angolo e vedi una donna bellissima in un sari rosso e oro. Accanto un ragazzo la guarda con dolcezza. Hanno entrambi gli occhi chiarissimi. Sono panormiti di colore. Il colore bello del futuro.

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