Tanti auguri Palermo

Pubblicato: 1 novembre 2013 in Palermo

La classe era enorme, con finestroni immensi che davano sul cortile. La maestra stava alla cattedra, rialzata da una pedana di legno che scricchiolava, quando ci salivi sopra a farti mettere il voto sul quadernetto di bella. Io invece ero piccolo, ma già abbastanza alto da finire all’ultimo banco a destra. Venivo dalla prima preparatoria delle suore. Iniziavo piccolo per guadagnare un anno. Ti servirà mi dicevano, devi fare il soldato. Io mi credevo che dovevo andare in guerra, ed un po’ mi piaceva perché allora che era la morte non me lo avevano spiegato.
Mia mamma, mi aveva già insegnato a leggere e scrivere e far di conto. Le suorine invece mi hanno fatto odiare la cotognata. La davano a tutti con l’obbligo di ingurgitarla a ricreazione. Adesso non ricordo se fu l’obbligo o il sapore o la consistenza. Di certo il muro della classe imbrattato di quella roba gelatinosa e le boffe di mio padre le ricordo. Ma da quel momento la cotognata mi fu risparmiata e amen.
I finestroni erano utilissimi perché avevano davanti delle enormi balate lisce lisce. Io allora stavo in periferia, lontano da tutto, in un palazzo scarso di picciriddi. Anzi proprio nullo. La balata era il mio vero unico campo di giochi. Ed il gioco era il battone. Dovevi fare ribaltare un mazzetto di figurine, con lo spostamento d’aria della bella boffa data alla balata. E di boffe io me ne intendevo, considerato il metro quadro scarso della mano di mio padre.
In classe tutti erano juventini. E pure io, perché sembrava proprio che ci fosse una sola squadra nell’universo. Ogni tanto raccoglievano altri undici picciuttieddi e facevano le partite contro la Juve, che ovviamente vinceva. Io ero contento quando segnava Altafini. Mi piaceva soprattutto il nome José, che alla fine era lo stesso di quello di mio padre, ma l’attaccante brasiliano era stato fortunato ad essere un Giuseppe con quella pronuncia. Che bello che doveva essere il Brasile, dove tutti i bambini nascevano che sapevano giocare a calcio. Magari se nascevo là, pure io sapevo giocarci. Invece ero nato in Palermo ed ero una neglia precisa, che quando si tiravano le squadre, mi sceglievano per penultimo. Ultimo risultava un mio compagno modello arancina con i piedi. E giocavo in difesa a stoccare le gambe.
I miei zii avevano un negozio di alimentari, vicino a scuola, dove mi rifornivo di merende: semprefresco con svizzero e due wafers saiwa nella cartina dorata. L’accordo con il mio compagno di banco prevedeva la cessione di un wafer contro un adeguato numero di patatine Pai, da azziccare nel semprefresco sopra lo svizzero. Mio zio Ignazio aveva le mani grandi pure lui, ma per me innocue: non era autorizzato a darmi boffe. E non tifava Juve. E neanche la varia umanità che, specie il lunedì, sbraitava in quel negozio contro arbitri particolarmente sfortunati nella vita. Poveri uomini le cui madri, mogli e sorelle avevano scelto la via della perdizione, svergognandoli pubblicamente in modi osceni.
Lì però conobbi una nuova squadra, e questa aveva lo stesso nome della mia città. Solo che perdeva. Non sempre, ma spesso. Ma quando vinceva erano cose di capriccio viero. Come la mia città in fondo. Uguale. Ma la cosa bella era che quando si perdeva, mio zio e gli altri erano siddiati sì, ma non gliene fotteva niente, perchè era già la prossima partita quella del sicuramente vinceremo. Pure quando c’era la Juve. La Juve? Si la Juve che ti pare, a sti fanghi quattro ce ne facciamo. Quattro! E mi agitava contro la manona con il solo pollicione nascosto. E poi regolarmente abbuscavamo.
Saranno state le boffe di mio padre, che nel tempo avevano combinato danno. Sarà stato lo svizzero. Non lo so che cosa può essere stato, ma mi venne che era divertente seguire una squadra che alle volte perde in modi assurdi. Ed alle volte vince. O pareggia. E retrocede, e la radiano, e sale in A. Al negozio ti facevi i cianchi. E capivi che se tutto questo tifare ha un senso, allora deve insegnarci che siamo fatti per rialzarci dopo le cadute. È la vita. Ed ogni volta che ci rialziamo siamo un po’ più belli. Se non cadi mai rimani brutto come la morte. E noi a Palermo rasentiamo la perfezione in beltade. Non in virtude però e manco in conoscenza.
In classe da me mi guardavano male. Tutti juventini tranne me e Francaviglia. ‘Sti fagni! E bene ho fatto, perché a me il calcio non mi entusiasma. Sono sempre rimasto un tiepido tifoso. Ma il Palermo è il Palermo. Ed in compenso ho visto la bicicletta di Chimenti, i picciotti di Arcoleo, la finale di Roma, Toni, Amauri, Grosso ai mondiali, la faccia di Galliani quando acchiappava vastunate al Barbera, le corna di Gonella, Tanino Vasari, l’andiamoci, il professor D’Agostino fisico commentatore ed amico delle domeniche e non solo, e tante, troppe altre cose. E soprattutto mio figlio con la maglia di Toni, mio figlio allo stadio, i musi lunghi dopo i derby persi, la traversata dell’Italia per andare a Roma, la delusione della retrocessione. Tutte cose di capriccio viero.
Mio zio non c’è più. Se l’è portato via la vita. Ma da dov’è le ha viste le vastunate alla Juve ed alle strisciate. Questo è sicuro. E con le sue manone enormi avrà sventolato il bandierone rosanero. Ogni tanto con gli amici suoi da lassuso si mette a urlare ancora “Gonella s’ì un cuirnutu!”. San Pietro allora si siddia, ma la Santuzza ci piglia il braccio e ci dice “lassa jiri ‘ca raggiuni c’avi”.
Tanti auguri rosanero ed altri 113 di questi giorni. Forza Palermo.

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commenti
  1. silvia emma ha detto:

    Splendidi ricordi che fanno anche un pò male…E’ frase trita e ritrita (ma vero è però): “quelli sì che erano bei tempi, no adesso!”
    Mi hai fatto ricordare i miei anni di asilo dalle suore “ai Salesiani”, come dicevamo e diciamo ancora oggi noi e, non le boffe, ma le sicure suvirchiarie subite da quelle ” miti” donnine in nero!!!
    Bravo, bravo bravo e grazie.
    Silvia

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