Quindici

Pubblicato: 25 ottobre 2013 in Delirii

Il comandante nel suo diario di bordo annota con precisione i pianeti visitati e le rotte seguite. Quando é sul ponte di comando guarda fuori dai grandi schermi l’universo sfilare via frammentato. Direzione chiara e precisa su curvature non ancora esplorate. Avverte la sicurezza del motore ad impulsi e della comunicazione ultraluce. Davanti al sé immanente, l’azione del vuoto quantistico lo induce a pericolose collisioni con il sé virtuale. Ed allora si costringe nel suo spazio sensibile. Destabilizzato, nel suo modo di vedere le cose, dalla striminzita distanza tra lui e l’infinito. Anche in questo momento sente la necessità reale di chiedere al suo io, se l’esiguo spazio tra i partoni sia abitato e da cosa. Ma per descrivere se stesso, come comprese già il Neandertal, ha bisogno di astrazione. Percepisce distintamente che tra i suoi frammenti elementari non si manifesta solo nulla, ma ricchezza infinita, di costituenti che non potranno mai rivelarsi. Anche se sono lui, tangibili e reali. Sente che senza quel vuoto inflazionato di vita virtuale, la sua vita reale non sarebbe esistente. E prova paura. Immensa ed atroce, nel misconoscere sé stesso e gli dei che ha seppellito nel suo cimitero di guerra.

Il comandante nel suo claustrofobico alloggio-cella, sa che deve dormire. Riposare. Mentre le macchine esplorano per lui incessantemente lo spazio. In un tempo remoto era stato solo cielo, contro cui l’assiro acuiva la vista. Ma ora lui é, nel cielo. Ne percepisce le anse quadridimensionali sulle curvature della luce vicino ai pianeti. Mentre la nave vi plana dentro, aderendo alla fisica dell’universo.

Il comandante osserva l’aeratore sul soffitto di plastica chiara. Intorno al suo respiro sente premere materia oscura. Chiude gli occhi, ed in mente si forma l’immagine acerba di un fiore di campo. Disperso su un prato enorme di un verde mai visto. Albeggia. Rosso del sole, contro azzurro intensissimo di cielo e greggi di nuvole, colorate dal candido intenso luminoso fino al grigio pioggia. È disteso supino e respira. Materia oscura gli permea i polmoni, inerte alle reazioni vitali. Una donna con un vestito leggero gli ricorda che l’estate é arrivata. Porta con se l’odore del vento. Di lago. Di muschio. Parla di un viaggio. Oltre la montagna. I suoi sensi la osservano intenzionalmente. Osservano lei ed il lago. E la montagna ed il fiore di campo. Tutto per imprimere una immagine reale delle cose.

Il comandante riapre gli occhi. L’aeratore su quel soffitto di plastica apporta aria riciclata di uomini e donne, dispersi in quell’universo dantesco. Girone celeste di un inferno non perfettamente visibile. Il rumore metallico del buzzer lo desta dal suo torpore insensato. Si mette a sedere sul letto ed apre la porta con il gesto. Scorre il pannello sulla guida metallica. Scorre, e dissolve la buca di potenziale dentro cui il comandante aveva circoscritto il suo spazio. La faccia inespressiva del suo attendente gli ricorda che é tempo di percorrere ancora i lunghi corridoi di alluminio e vetro. Fino alla sala delle cerimonie. Si ferma un attimo, a guardare il suo viso riflesso su una porzione non satinata di metallo. È giorno di festa oggi. Anche su quella nave che viaggia da anni alla ricerca del senso. Quale immagine inutile di una retorica astratta, confusa nell’indeterminazione di un giorno sidereo.

Il comandante entra sterile di emozione nella sala illuminata di luce calda. Un sottofondo di note, non vere, ricolma il brusio diffuso degli inutili astanti. In fondo, sulla pedana, una donna ed un fagotto bianco di stoffa termica. La donna non é madre. È tecnicamente inserviente. Ma il fagotto é figlio. La generazione é oramai lontana dai corpi. Dagli umori di uomo e di donna. Dai vestiti leggeri e dalle notti d’estate. In quel luogo si avverte appena vita nata. Estratta da una placenta polimerica incongrua. Artificiale. La materia oscura che preme le meningi. Il vuoto virtuale che dilata le narici, cercando lo spazio nei polmoni per l’iniezione d’amore, necessaria alla vita neonata. Ma tutto é distante, vacuo. La luce calda non riscalda i corpi seduti. Li irrora al massimo di fotoni, talmente privi di massa da essere inavvertiti, in quella gravità simulata.

Il comandate guarda il fagotto neonato. Pensa che di un Dio ci sarebbe bisogno. Di un Dio a cui impetrare benedizione. Che fornisca almeno una illusione di scopo finale. Pensa che anche un Dio si vieterebbe questa creazione avulsa dall’uomo. Pensa. E la mano neonata, piccola, afferra il dito che ha avvicinato al suo viso. Lo spazio vuoto é pieno di volontà di vita. Lo sa e lo avverte nel tocco. Ha così tanta necessità di senso da generare quanti, di pura bellezza. Li sente oscillare armonicamente, e trasferire la scarica potente da quel dito al suo Es.

Il comandante guarda il fagotto ed il nome, che dallo schermo ha iniziato il suo viaggio codificato verso gli archivi del ministero. Informazione ultraluce pervade universi, verso nodi che hanno da ordinare e discriminare e trasmettere. Antenne che ad una ad una si colorano di luce brillantissima, fino all’esplosione di supernova. Dagli schermi del ponte di comando guarda quell’illuminarsi istantaneo di piccole deflagrazioni di stelle. Conosce esattamente la poderosa energia del nulla quantistico, irradiata al suo cuore dalla mano neonata. Ha già dato il comando per tornare a casa. Chiude gli occhi. Li c’è il prato, il lago, le nuvole rade nel cielo. Una donna con un vestito leggero ha per mano il bambino. Profumo buono di vita e di estate vicina.

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