Morti e buoi dei paesi tuoi : parte prima

Pubblicato: 15 ottobre 2013 in Palindromi
Pre scriptum:

I pezzi erano giá scritti quando ho sentito dei funerali ad Albano. Non é che mi abbia fatto cambiare idea. Ma ho pensato che siamo davvero un popolo di idioti. Un centenario tedesco nazista muore in Italia. Organizzare un funerale segreto in un posto qualunque, magari sullo stesso aereo che lo porta a Berlino. Depositarlo. Tornare indietro e diramare un’Ansa con su scritto: é morto. Fine. Invece no. Una settimana di cretinate ovunque. Un sindaco di un posto sperduto della Sicilia, malato di protagonismo che cerca gloria richiedendo la salma. Un funerale fatto a due passi da Roma. All’insaputa del sindaco apposito. In una chiesa (??) di una setta scomunicata (mai troppo poco) di una religione a me ignota. Neonazi contro antifasci. I neonazi arrivano in massa. Antifasci che intonano bellacciao. Giornalisti e (spero proprio di no) dirette video. Bandiere di partito. Ci manca solo il venditore di palloncini e quello dello zucchero filato, Bruno Vespa ed il costruttore di plastici, la Venier, Verissimo, Signorini e gli ombrellini avanzati del matrimonio della Marini. Spero solo che Francesco (il Papa) acchiappi sti quattro lefevriani e in latino, così lo capiscono, li spedisca futue te ipsum. E soprattutto che qualcuno fermi qualche neonazi, e si faccia spiegare quale é la parte secondo lui piú interessante del pensiero di Hitler. Ho il dubbio che non abbia neanche idea di cosa si stia parlando, dall’alto dei sontuosi due in storia e dell’incapacità certificata OCSE circa il leggere e far di conto. Si siamo un popolo di idioti, ma per fortuna le nostre istituzioni, da quelle locali a quelle nazionali ci rappresentano bene. Molto bene! E ora il primo pezzo…
Io affermo che Erich Priebke deve avere un monumento in Italia. Non dico sepoltura, ché ancora oggi mausoleo e culto risuonano in fase, nel nostro oscillante immaginario. Ma deve esserci un posto dove si ricorda la sua esistenza. È importante, fondamentale, se vogliamo trarre un senso dalla storia. Deve essere un posto grande. Devono entrarci più persone possibile. Un posto dove organizzare pellegrinaggi. Con tanti alberghi intorno. Ristoranti, pizzerie, fast food, campeggi. Un santuario del male.
Non credo però che avverrà. Perché abbiamo paura di Priebke. In quanto uomo. Esattamente lo stesso condensato di carbonio, acqua e poco altro che vediamo circolare, ogni santo giorno, sugli autobus affollati. 
Il problema non é Priebke in sé, quanto il perché di Priebke. Priebke é la guerra moderna. Denudata dal vestitino bello dell’eroe, che butta la stampella oltre la trincea. É la pubblicitá dei missili intelligenti, dei bombardamenti chirurgici.
Priebke é la guerra. Priebke é il professionista della guerra. Non ha perso umanità, perché la guerra non prevede l’umanità. La annulla, secondo quello che io definisco uomo, eliminando la possibilità di scelta tra bene e male. Sancisce il male come alternativa unica. Restringe al solo suicidio la via di fuga e quindi, esplicitamente nega la vita. 
L’umanità di Priebke é morta nel bordello di Sachsenhausen. Quello annesso alla scuola di addestramento delle SS. Ricordo che la guida italiana ci prese a Berlino e ci accompagnò al campo. Campo scuola. Campo pilota. Campo di sterminio. Se volete vedere l’anatomia di Priebke andate lì. Fatevi raccontare la ricerca industriale applicata all’annichilazione dell’uomo: l’economicitá del gas, la motivazione fragile del soldato nel plotone di esecuzione, i costi di carburante per avvelenare con i gas di scarico, la produttività di un forno di cremazione, la lavorabilità delle ceneri per saponi e asfalti. Vedete é facile! Lá dentro ti parlano con i nostri stessi moderni termini industriali. Per questo il veleno ti arriva dritto nelle vene, come iniettato da un cobra, per ucciderti lentamente, in assenza di antidoto. 
Questo é Priebke. L’uomo descritto da Montanelli tanto tempo fa. Non poteva davvero fare diversamente, perché era stato scelto tra quelli che avevano premuto il grilletto della pistola, alla tempia del pianista, nell’ingresso del bordello di Sachsenhausen, poco prima dell’amplesso premio.
E quello che fa davvero paura, arrivando a Sachsenhausen, sono le case basse, i giardinetti curati, i giochi dei bambini, le tendine ricamate. E le facce torve di chi abita quelle case, quando ti alzi sulla punta dei piedi, per guardare come erano i Priebke. Li io ho avuto paura. Paura vera. Perché tutto ricordava le nostre case curate, i nostri bambini, le nostre tendine ricamate. Noi e Priebke la stessa anatomia. Differenti solo, per il non essere ancora entrati nel bordello di Sachsenhausen. 
Per questo ci vuole un posto dove spiegarle queste cose. Perché a forza di sotterrarle di nascosto perderemo memoria. Un giorno, in un altro posto apriranno un bordello. Un bell’ufficiale entrerà dalla porta. Guarderà contrariato il pianista emaciato e quella macchia vistosa, sulla giacca consunta. Sarà un attimo, un grilletto premuto, un proiettile accelerato infrangersi sul debole cranio. E Priebke rinascerà dal sangue schizzato sulla tappezzeria.
Per questo voglio il monumento perché io onestamente lo vorrei morto in eterno.
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