Il televisore

Pubblicato: 6 ottobre 2013 in L'età adulta
Nel sonnolento procedere del pomeriggio ancora umido di pioggia, l’innovazione entra a gamba tesa in forma di immenso sarcofago cubico bruno. Depositato da un voluminoso figuro da cento chili, proprio in mezzo alla saletta, sgomberata apposta dai tappeti finto persia. L’iscrizione nel sarcofago celebra solennemente lo splendore dello strapotere teutonico. Un televisore. A colori. Da innumerevoli pollici, con telecomando ad infrarossi. Mamma pensa a quel termine, infrarossi, con sentimento preoccupato. Le rimbomba in testa qualche strano pericolo proveniente dallo spazio e cerca, per precauzione, di tenere lontana mia sorella, riparandola dietro il prendisole arancio. Nel mentre Sara, mia sorella appunto, tenta disperatamente di superare la barricata di cotone e corpo materno, per partecipare anche lei all’evento, convinta che li dentro debba esserci qualcosa di pericolosamente prezioso.  
Io, come esemplare maschio della famiglia, ho invece l’onore di partecipare attivamente alla esumazione della mummia tecnologica, bendata da polistirolo e cellophane trasparente. 
Il tipo da cento chili ha lasciato nel frattempo la scena, dopo una commossa stretta di mano a mio padre. L’abbraccio e la vasata, vista la tensione, vengono evitati, non senza imbarazzo. Le manovre iniziano con grande circospezione. Sapientemente, il piccolo coltellino svizzero, souvenir di una delle tante gite con la parrocchia di una zia, squarcia le strisce di nastro marrone. L’operazione lascia intravedere il contenuto, mentre precauzione vuole che Sara sia ulteriormente allontanata, ad evitare che sostanze chimiche sconosciute, evaporando, manifestino i loro effetti letali sui minori di sesso femminile nella casa.
L’atmosfera é tesa oltre misura. Un cenno preoccupato di mio padre intima di avvicinarmi. Servono braccia e forza per completare l’impresa. Per portare l’immensa salma nera e antracite, denudata dal sudario polimerico, sul tavolo già predisposto da qualche giorno. Sul catafalco d’ottone dorato e vetro abbrunato, sembra ancora più imponente ed esorbitante di quei pollici, che mio padre si affretta a battezzare come usanza inglese, ben più adatta a misurare tecnologia.
Dopo venti minuti l’atmosfera é ancora più tesa. L’aggeggio tecnologico non reagisce alle nostre sollecitazioni. É ostinatamente cadavere, rigido e privo di alito vitale. Non risorge la mummia. Nonostante la liturgia, prescritta dal manuale stampato in piccoli caratteri arial, ed eseguita religiosamente almeno tre volte, dall’officiante mio padre e da me chierico comprimario. Ho avuto anche disposizione di spostare l’abat-jour di capodimonte, per verificare la funzionalità della presa, insignita del gravoso compito di alimentare il nostro nuovo ospite. Tutto in ordine però. La luce, anche se con indecisione dovuta al vetusto interruttore, ha illuminato la faccia perplessa di mia sorella. Sara si é infatti divincolata dalla prigione materna ed ora é appostata accanto al ficus benjamin. Lo spot giallastro della lampada, la riporta nel raggio di azione di mia madre, che la richiama nervosamente dietro la barriera protettiva temendo l’emissione venefica infrarossa.
Mio padre, é congelato. Nel suo sguardo disperso, tra i tanti caratteri impressi su quel manuale, avaro di soluzione. Ha le mani grosse come badili. Mani che carezzano la carena di plastica nera del TV color. Non alza gli occhi dalle istruzioni, non perché legge ancora, ma per non incrociare i nostri sguardi.  Mantiene a noi invisibile il suo di sguardo, posseduto dalla delusione per il mondo, come lo ha conosciuto. Nato sotto le bombe inutili degli americani, ha sempre assistito a guerre, che non ha mai né dichiarato né combattuto. Ha provato a credere che da tutte quelle macerie, il suo personale piano Marshall immaginario, lo avrebbe aiutato a tirar sù almeno un pezzetto piccolo piccolo di mondo, per come lo avrebbe voluto. Ed invece si ritrovava dentro quel pianeta ostile, pieno zeppo di cose, uguale al magazzino di ferraglia dentro cui da bambino non poteva entrare. Lui, piccolo, in calzoni corti, a seguire i mastri misurare lunghe barre di ferro scurito dall’ossido. Lui, stanco, in Corso Olivuzza, a trascinare la cartella di cuoio, più pesante dei due libri e della mafalda imbottita che trasportava. Le cose ad un certo punto avevano preso il sopravvento. Avevano fondato il loro stato ombra, da cui era stato espulso con violenza. Ostracismo inciso sul brogliaccio delle spese mensili, annotate con maniaca accuratezza, in piccola calligrafia. Le cose avevano iniziato a succhiare via l’aria. Avevano assediato le sue ore, i suoi sogni. Si erano nominate commissioni d’esame, perennemente insediate, davanti alle quali passava, testa china, a confessare l’impreparazione. Le cose non accettavano scuse, giustificazioni. Avevano i loro inflessibili comandamenti. Lo assegnavano implacabilmente a razze inferiori, degne solo di sguardi compassionevoli, gettati distrattamente da avventori sazi, all’uscita dai locali davanti ai quali lui leggeva, perplesso, i prezzi sui menù. I caratteri stampati arial, uguali a quelli del maledetto manuale, dentro il quale non riusciva a rintracciare soluzione allo sguardo spiacente della moglie, conscia dell’offerta speciale, dentro cui era scomparso uno degli scarni stipendi di addetto alla segreteria. 
Ed ora con la durezza del totale a piè di rigo é qui, davanti alla cosa tecnologica. Spento, di fronte al suo alter ego a colori, ma buio nella sua posizione preminente in salotto. Gli avevano promesso luce nuova ed ora, l’impero delle cose, negava anche questo piccolo lasciapassare. Qualcuno, nella stanza dei bottoni, si era accorto del suo tentativo di emersione ed aveva teso la rete. Lo aveva ricacciato indietro, ad armeggiare con la manopola ormai logora del vecchio apparecchio bianco e nero. Poggiato nuovamente con il gomito sulla cassa esterna, finto legno mogano, provando ancora una volta a ricevere segnali. Come quella prima volta, che dal pulviscolo grigiastro emerse, magicamente sfocato, il Ben Hur di Tele Sikania, così nuovamente a setacciare frequenze per scovare monocromatiche versioni decolorate di vita effettiva e necessaria.
Io ho nella mente ben chiari tutti questi pensieri e poggio una mano sulla sua spalla. Basta leggere questo inutile manuale. Lunedì, risolve il negozio, ci sarà un falso contatto. Un tecnico lo risolve in un attimo. In fondo c’é la garanzia. Siamo garantiti sai? Almeno su questo siamo garantiti. Le cose in fondo hanno almeno un’etica. Hai garanzia che prima o poi funzionano. Sono gli uomini che non hanno polizze efficaci. Hanno anomalie che nessuno comprende. Macerie che nessun piano Marshall ricostruisce. Lunedì il televisore si risolve. Lunedì io invece non risolverò la faccia buia di Alberto. E non risolverò neppure la sensazione di disagio lasciata dalla festa. Le persone non le risolvi con il tecnico. Ed io vorrei avere una garanzia adesso. Vorrei essere riparato o al massimo essere sostituito con qualcuno meglio messo in arnese. E vorrei essere la carena di plastica della TV nuova sfasciata, per avere quella carezza che le cose mi hanno sottratto. Per potere attirare l’attenzione, e gridare che io a questa festa non voglio andare, anche se muoio dalla voglia di mettermi in un angolo, a guardare come fanno quelli che funzionano ad andare alle feste e tornare felici.
Mia madre ha già abbandonato la stanza. In fondo lei non appartiene alle cose. Soprattutto alle cose che appartengono a lui. Mia sorella vorrebbe guardare i cartoni, a colori. Ma è meglio che torni di là a giocare col pongo. Mio padre ha il buio negli occhi e continua a sfogliare il manuale. Io é meglio che prepari uno stato d’animo decente ed una faccia migliore. Stasera si svolta, si tenta il colore. Almeno questo prevede il piano Marshall per me.
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