Fobia delle parole: parte seconda

Pubblicato: 24 settembre 2013 in Palindromi
Non ho sonno.
 Mi accartoccio continuamente nelle lenzuola, nel tentativo di trovare una configurazione che mi distenda. La casa, emette rumori di fondo, che mi impediscono di perdere vigilanza. Non guardo neanche più l’orologio, per non spazientirmi ulteriormente. Niente. Tutto maledettamente inutile.
Sento lo stomaco contorcersi in borborigmi fastidiosi. Stiro le gambe, le piego e le stiro ancora. Inutile.
Fuori, urla ovattate di bambini spezzano il silenzio. Ma che diavolo di posto é questo! Che ci fanno bambini a quest’ora di notte in piedi a giocare!
Finalmente decido di alzarmi. La luce del lampione per strada trafila dalla persiana. La spalanco, così farà meno fatica ad intrufolarsi nella camera.
I rumori di colpo sono cessati. Che fosse la luce a fare tutto questo baccano? Un flebile rumore, in lontananza, testimonia il passaggio di uno scooter smarmittato.
Mi guardo allo specchio, rivedo le piccole rughe che il tempo inizia a disegnare, sulla mia faccia. Lui dorme, rannicchiato nel suo personale mondo onirico. Forse sogna il nostro domani. 
Per portare la mente in qualche posto tranquillo mi siedo davanti al Gohonzon. Chiudo gli occhi e cerco di ricordare tutte le volte che, insieme, siamo stati quì davanti. Lui, dorme, fermo nel suo respirare lento. La mia mente parte, quasi istintivamente a recitare Nam-myoho-renge-kyo. La voce la spengo, prudentemente, in gola. Lui, dorme e non voglio turbare il suo riposare. Ma la mia mente recita in silenzio. Dapprima lentamente, poi sempre più vorticosa, nella sequenza di suoni. Il mio orecchio li ascolta, il mio cuore li vede scorrere, come il fiume in piena dei pensieri che non mi permettono il sonno.
Nel chiarore della luce del lampione, vedo l’albero alla parete. È l’esile arbusto che ospitavamo nel cortiletto della casa. Il primo tratto su tela, della richiesta di amore che hai colmato. E che domani sancirai pubblicamente. 
Penso alle ore impiegate a dipingerlo, su quello sfondo bianco. Le foglie rade a dare poca ombra. Le lacrime, asciugate dai pochi gesti, pensando a mia madre davanti a quella pianta, muta e animata da vita non umana. Penso alla musica che abbiamo ascoltato. Allo sconforto della lontananza. Alla durezza inutile degli uomini. Giudici implacabili di regole, mai scritte e troppo applicate.
Penso la gioia del ritorno, la calma della sera quando scende tiepida sulla nostra casa. 
Penso la vita che abbiamo, che ci siamo dati e le mani con cui ci siamo consolati. 
Penso alla cura, alle cure. 
Penso alla nostra vita, che procede normale, nelle code alle poste e negli estratti conto da decifrare.
É quasi giorno ed é quasi tardi. Il vestito della cerimonia lo indosso, con cura. Controllo il dettaglio, l’accostamento curato del colore, come se l’evento preveda la mia trasfigurazione, in tela vergine da fecondare con colori studiati.
Sento il rumore provenire dal bagno. Il rasoio elettrico, l’odore di sandalo del dopobarba, lo scricchiolio della scarpa che allacci. 
Anche tu, adesso, nel tuo gessato nuovo, guardi insieme a me l’albero e la sua collocazione necessaria nella nostra storia. 
Sistemi tranquillo il nodo della mia cravatta, controlli che i miei gemelli siano ben fitti nelle asole e poi, per mano, come usuale in questo primo tratto di vita, ci accompagnamo insieme ad incontrar amici.
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