La decadenza: parte prima

Pubblicato: 18 settembre 2013 in Palindromi
Dove eravamo rimasti? Non lo ricordo onestamente. Mi sembra trascorso un secolo. Ma dalla fuga ai palindromi abbiamo guadato fiumi di confine. Ed adesso ci ritroviamo qua, sull’altra sponda davanti ad una rapida. Siamo in un territorio forse mai esplorato. Almeno dalle nostre gambe. E guardiamo l’acqua che ci ha cambiato, per sempre o per fortuna. 
Quello che non è cambiato è la faccia dell’uomo dall’altra parte del fiume. Ha pelle stanca, tesa dal botulino, capelli falsi tinti di fresco. Ha anni sovrabbondanti per la scena. Guarda spento un tubo catodico nero pece. 
L’uomo è solo, nel suo mausoleo di marmo, stelline d’avanspettacolo e vermouth andato a male nei bicchieri. Di finto cristallo. Come finto è il tempo in cui naviga, l’aria che respira, il pasto sintetico che ingurgita.
L’uomo è solo. Tycoon di vita falsa, ha ingurgitato nella sua stessa esistenza il falso. Non l’inventato, visto la sua perenne difficoltà di distinguere il successo dall’immaginato. È seriamente convinto di non avere commesso la sua stessa vita. La concatenazione dei fatti, nella sua memoria, è essa stessa decaduta. Ancor prima che il consesso di nemici lo buttasse giù dal suo seggio. 
L’uomo è solo e la sua voce proviene sterile da un altro secolo, che solo il suo smilzo avvocato finge, secondo copione, di conoscere. Anche lui adesso guarda lo scanno. Vuoto lo è stato quasi sempre, ma oggi è pure svuotato. Santi e peccatori lo hanno venduto per 30 denari ad una compagnia di burlesque. E adesso è solo. 
Il tubo catodico acceso proietta luce, falsa. Chi lo voleva morto, in un angolo, piange sui titoli di coda dell’ultima puntata. Sa che fuori dalla casa del grande fratello, non avrà più un copione da seguire e la comoda vita precotta. Non avrà il truccatore a coprire le rughe ed il regista che sceglie la fotogenica inquadratura. Avrà la vita cruda, senza l’ammaliatore di serpenti a fingere l’ipnosi del cobra. Ed il cobra rivelarsi una vergognosa marionetta, di fetido lattice cinese, contro cui le simulate rivoluzioni di Ottobre ricordano deludenti sketch di Drive In.
Chi lo voleva vivo piange, nell’angolo opposto. Affranto dalla necessità di continuare, con il piede, a pompare sangue brianzolo dentro la camera d’aria sdrucita. Sulla quale tentare l’ultimo, disperato, naufragio sulla più vicina terra di encefalizzati. Riderà ancora alle battute da comico da crociera, profondamente sconsolato dal non averne mai capito il senso. Registrazione a colori di vecchie passerelle. Il comico, la spalla e la soubrette, l’inclito pubblico e smalto sulle calze smagliate delle ballerine sovrappeso. Tavole scorticate dai topi e sipari tarlati e sporchi di bava di ortaggio.
L’aula deserta ora è davvero un decadente palindromo. L’avida diva che tutto ha voluto, tutto ha divorato, tutto ha speso. L’avida diva, nel suo vestito rattoppato di presentatrice di squallido circo, si muove zoppicante di sciatica, su un tappeto rosso pallido consunto. L’avida diva che se stessa ha ingoiato, indigeribile al suo stesso stomaco e ridotta dal ciclo biologico ad escremento.
L’uomo guarda il fiume. E la nostra decadenza, mentre in coda, ordinatamente, un passo alla volta, svogliatamente avanziamo verso l’uscita della casa del grande fratello. Qualcuno comunque spinge, qualcuno finge di ballare, qualcuno tenta di rientrare, picchiato amorevolmente dai buttafuori. C’è chi in un secchiello mescola asfalto, illuso che lì fuori, dopo tutto questo tempo e questa siccità di menti, e questo illusionismo di sesso, madonne e straccivendoli, le strade incredibilmente ci siano ancora per davvero.
Buona notte cavaliere!
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