Delirio Quattro

Pubblicato: 8 settembre 2013 in Delirii

Sarebbe bene non avere memoria. Eviterei di avere coscienza del deserto che, immotivatamente, ho lasciato dietro. Potrei trovare scuse puerili, giustificazioni la cui logica postuma risulti gelido teorema. Ma almeno qui devo, delirando, inserire tracce di verità. 

 Il mio compagno di viaggio, in questo scompartimento di un treno che non ho idea dove vada, mi guarda divertito. Mi chiede se sono felice. Ma certo che lo sono. Il fatto che viaggi da solo non è sintomo di una qualche infelicità. Si sceglie alle volte di stare con sconosciuti, dentro vagoni pieni di rumore di rotaie. Non ha importanza dove si va. E neanche da dove si viene di preciso.  Conta la posizione istantanea del treno, in corsa in mezzo alla campagna che sfila via, in senso opposto.
Come pensavo, il mio compagno di scompartimento mi chiede come mai viaggio da solo. Rispondo che anche lui è solo. Ride e sbotta che non è affatto così. Ci sono io con lui. Poi serio mi guarda. La solitudine non è una entità numerica. Dice. Non è zero enumerazione di persone. Io lo sono anche dentro uno stadio tutto esaurito. Questo é vero. Ed è la persistenza della memoria del deserto che alimenta la solitudine.
Devio il discorso. Chiedo che lavoro fa. Cosa lo porta su quel treno. Vende giocattoli, in una bottega piccola. Giocattoli vecchi di latta. E va al mare. Guardo fuori il panorama correre. Anche io vorrei essere al mare. Ed anche io vendo giocattoli di latta. Questa è singolare coincidenza. Il tipo mi fa subito sapere che non vuole parlarne del lavoro. Ha quelle poche ore, lontano dai finti adulti nostalgici che popolano la sua bottega. E non le vuole sprecare per continuare ad evocarli in parole.
Mi racconta invece del mare. Della strana alchimia che lo lega a quelle panchine sul lungomare. A quell’arco di pietra e mattoni da cui si vede il Tirreno. Ne narra ed il suo stesso sguardo si tinge del blu e del rosso del tramonto. 
Il treno si ferma nella piccola stazione balneare. Il tempo orami autunnale richiama solo poche facce lente sulla banchina. L’uomo scende. La vettura riparte. La solitudine si estende silenziosa ungendo i sedili dello scompartimento. Il rumore di ferro e rotaia riempe il silenzio. Vorrei essere al mare. Penso. E se avessi ancora una volontà ci sarei. Ma l’ho ceduta al treno, sul quale io, solo, continuo a correre verso una destinazione non nota. 
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