La nascita

Pubblicato: 24 agosto 2013 in 120 anni

L’uomo che vedete appoggiato alla balaustra del balconcino, al secondo piano, è mio padre, Eugenio De Loci. L’uomo che vedete fumare al balconcino del secondo piano è lì, come ogni sera, a guardare il fumo del suo sigaro salire, verso il cielo terso di questa notte di fine maggio.

I dodici tocchi di un orologio emergono ovattatati dalla casa, al secondo piano di via Ponticello. Sarebbe logico attendersi che i dodici tocchi si sovrappongano al silenzio del sonno della famiglia De Loci. Ma questa non è sera per dormire.
La stanza d’angolo è quella da letto. Quella con l’enorme armadio, austero, della mia infanzia. In alto un fregio reca uno scudo, con le due lettere D L intrecciate in un motivo floreale. È mio zio Ignazio che ha piegato il metallo, fino ad intrecciarsi nelle iniziali dell’uomo, che fuma al balconcino ed attende.
La stanza ad angolo è accesa e si sentono voci di donne. Una si lamenta e geme, altre sfilano un rosario in un latino incomprensibile, altre parlottano. Solo una è in silenzio e dirige la scena con gli occhi. È arrivata nel pomeriggio. La faccia butterata di chi ha visto passare quella scena, tante volte, sotto i suoi occhi. Ha l’espressione austera, di chi conosce la differenza tra la vita e la morte. E sa che per passare da una grande gioia, ad un grande dolore, basta poco. Basta non cogliere l’attimo giusto. Esitare un secondo. Rimandare l’esatto istante della manovra, su quella testolina incastrata tra umori, sangue e capelli di neonato.
La donna ha capito che qualcosa non va. Lo sa perché le ha parlato il ventre della donna, stesa sul grande letto d’ottone. Da cinque ore non fa che pregare, lamentarsi e aspettare. Lo sa perché le ha parlato la bimba con la testa ferma, tra la vita e la morte. È una bimba, ne è sicura. Perché queste cose si capiscono, quando per lavoro fai la mammana ed hai visto nascere, e vivere solo per un attimo, tante testoline in quella casa, al secondo piano di via Ponticello. Quattro. Tre bimbe, tutte future donne da maritare. Ed un maschio. Quella volta era stato proprio un attimo. Un solo attimo, un solo piccolo grano sulla corona del rosario. Un piccolo grano prima di lasciare, per sempre, un posto dove non si è stati mai.
L’uomo fuma, la mammana in piedi guarda, la donna geme, il rosario sgrana lamentosamente la sua nenia. C’è altra gente nel salottino. Gente sicuramente di famiglia. Ad ogni modo non conta, o la loro rilevanza è minima. I personaggi di questa scena che si sta svolgendo sono loro il padre, la mammana, la donna ed il rosario. Stop. Il resto è il silenzio di una notte fatta per dormire e per fumare sul balconcino, del secondo piano di via Ponticello.
Ad un tratto, la mammana capisce che l’attimo giusto è lì, a due grani, non di più. Si muove di scatto allungando le mani screpolate. La donna smette il gemito ed inizia ad urlare sempre più forte. È stanca, ma l’ultimo fiato lo vuole usare per scacciare gli spettri di morte, da quella stanza. Grida la vita che nasce, prima che urli, da sola, la sua rabbia contro il tempo che inizia a scorrere. Il padre smette di guardare il fumo e si rivolge verso la varia umanità del salottino, cercando uno sguardo che lo rassicuri. Inutilmente. Così rimane fuori, mordendo il sigaro, mentre la nuvola di fumo, ignorata, si allontana frettolosamente, per non disturbare. La nenia inizia ad essere sempre più veloce. Il latino si avvolge in una serie di suoni che salgono, salgono, incontrollati, dalle gole delle donne esauste. Anche se le ascoltassero, le singole parole non avrebbero più un significato. Neanche se quelle donne lo conoscessero, il latino. Sono suoni che salgono dalla terra. Cupi,  gutturali. Parlano di caverne, di fuochi ancora accesi, di invocazioni alla Dea Madre. Loro non capiscono, ma il Kemonia si. E rumoreggia ancora più forte sottoterra, nel suo sudario di pietra e fango. Cupo, per portare quel messaggio indietro nel tempo, alla donna consacrata al ventre della terra. Alla donna, che con il teschio in mano, attende nel buio della sua caverna, domani, l’ex-voto.
L’uomo. La donna. La mammana. La nenia. Fanno la loro parte esattamente nello stesso attimo. Sincronizzati da un segnale che nessuno scienziato potrà mai rivelare, con nessuno dei suoi strumenti. La testolina tra le mani della mammana gira e gira. Il cordone che la lega alla vita della madre, le soffoca il respiro. Come il maschio, pensa la mammana. Come il maschio, ma un grano prima. Un corpicino schizza fuori e le mani iniziano a farlo roteare a mezz’aria. Un grano ancora per favore. Uno solo maledizione. L’aria entra violenta spinta dalla nenia diventata imprecazione. Fa male come una lama che ti entra nel cuore. Dalle labbra viola esce prima un singulto, una roca maledizione incomprensibile e poi il pianto che grida la vita che vince. La nenia si accascia sul penultimo grano per fortuna inutile. Il Kemonia urla violento la sua rabbia, contro gli argini che lo tengono sepolto.
Il padre è tra la varia umanità compiaciuta nel salottino, con il suo mozzicone di sigaro masticato ed il fumo che volteggia inconsapevole sul tetto alto della casa.
Una figura nota si affaccia nel salottino e chiama a gran voce l’uomo. Chiede se vuole vedere la bimba. Per un’attimo l’uomo aggrotta le ciglia. Poi pensa divertito “e cinque”. Nel buio del corridoio scompare come inghiottito. E cinque, va bene così.
È il 30 Maggio 1898. Io finalmente sono al mondo. Mi chiamo Violante per desiderio esplicito di mio padre. Disse sempre che quel nome si presentò spontaneo alla mente, quando vide quel corpicino quasi cianotico afferrare con rabbia il braccio della nonna, che tentava di lavarla dal sangue che la imbrattava. Aveva vita da vendere quella bimba e non poteva che avere un nome tagliente. Andai ad infoltire la schiera di donne della famiglia De Loci. Alla fine il maschio arrivo’ al costo di sette figlie. Più mia madre Marianna e mia nonna Gabriella. Un gineceo incredibile.
 
La porta della camera si aprì di colpo e mio padre fu ammesso a guardare il rito della mia prima ora di vita. Mia nonna Gabriella cercava a forza di tenermi dentro la bacinella d’acqua che mi stava allontanando dal sangue di mia madre. Mentre mio padre decideva il mio nome. Poi mi avvolsero dentro una fitta coltre di lane bianche candide.
Mia nonna fece un cenno alla donna seduta alla destra, che liberò l’angolo, ed in un gesto che aveva milioni di anni lo scroscio d’acqua sommerse il piccolo specchio di pavimento a mattoni rossi. Dall’incannucciato del tetto sottostante, piccole gocce si dileguarono dalla massa liquida, percorrendo in fretta prima il muro perimetrale, poi giù giù fino alla pesanti fondamenta, a quella frattura della roccia che anni dopo avrebbe ceduto, sotto il fragore di una bomba americana. Sbattendo su ciottoli, radici, ossa, pezzi di antichi dei decaduti, escrementi di topo, si fecero strada ed arrivarono all’argine. Trovarono la via tra due carcasse di vecchi animali da soma fossilizzate dai secoli e si gettarono tra i vortici del Kemonia. Finalmente, il dolciastro sapore del sangue di donna lo placò e lento ricominciò a bagnare le pietre che, ostinatamente, lo tenevano imbrigliato fuori dalle sue vene.
  
Mio padre ebbe solo pochi minuti, per baciare sugli occhi il viso stanco di mia madre e per concedersi la prima carezza ruvida. L’ora era tarda e la strada tanta. Lo sai Eugenio. Lo sai.
La mammana sempre muta come suo solito gli porse il fardello ed emise una sola parola “felicitazioni”. Non c’era una impellenza ma era meglio incamminarsi. Mio padre, con il suo fardello in mano, abbandonò la camera nella quale adesso la madre e la bimba dormivano stanche. Rientrò nel salottino. Le facce compiaciute della varia umanità lo rendevano per qualche motivo ansioso. Ma lui ne cercava una, quella lunga di Ignazio. La trovò e con un cenno lo invitò fuori. Ignazio annuì. Prese il cappello e abbandonò l’angolo che lo aveva protetto fino ad ora.
 
“Euge’ , come sta’ Marianna ?”
“Bene, bene”
“E la bimba……?”
“Bene, bene. Andiamo Ignazio. Sbrigati”
 
I due si sedettero dietro, nel calessino fermo alla porta che li aspettava. Attraversarono in silenzio Via Maqueda e si tuffarono su Discesa dei Giudici. A quell’ora non passava nessuno. Neanche i cani randagi di Ballarò. Unico rumore lo sbattere ritmico degli zoccoli e lo strascicare della ruote. I loro pensieri erano altrove. Zitti, zitti arrivarono alla montagna vicina. Quella notte c’era un poco di luna e si vedeva il castello da sotto. La rampa era là. Vertiginosamente sola, in quella sospensione di vita che sono le due di notte, ai piedi di Monte Pellegrino.
Arrivarono sul pianoro lì in cima che stava per albeggiare. Non è dato di sapere cosa si dissero. Forse niente. Perché i loro pensieri continuarono ostinatamente ad essere altrove. Non è dato di sapere se qualcuno del convento vide i due uomini fermi, immobili sullo sperone di roccia che guarda  il mare. Non e’ dato di sapere neanche perché uno dei due, il più alto, usò tutta la sua forza per far volare il fagotto, che aveva stretto per tutta la strada, lontano dal dirupo. Non è dato di sapere neanche come è possibile che un fagotto, seppur leggero come quello, completi una parabola così lunga e scompaia nell’acqua che la luce del sole sta iniziando a cambiare di colore.
 
Seduti sulle panche ad ammirare il piccolo ex-voto d’argento, i due uomini riposavano da quella notte insonne. Guardavano la statua e la piccola umanità di fedeli che a vario titolo, iniziavano a popolare la grotta.
 
“Euge’, ma tu ci credi?”
“A cosa”
“A sta cosa della placenta! Non lo so!? Siamo quasi nel novecento! Ma ti pare una cosa che ha logica?”
“No!”
“Ma te lo ha chiesto qualcuno? Dimmi la verità. Quella vecchia megera di tua suocera?”
“No! Nessuno”
“Mah! Vabbe’. Tanto oramai è fatta.”
“Già”
“Vediamo se c’è qualche carretto e scendiamo? Euge’, Eugenio….”
 
Mio padre si era addormentato, stanco sulla panca di quella strana chiesa scavata in una roccia umida. Un posto strano. Dove ci si sente strani e protetti. Come dentro una placenta. Fino a che una mammana non ti tira fuori a questa che voi chiamate vita, ma a vederla bene da uno sperone di roccia che guarda il mare è solo l’inizio inesorabile, dell’attesa del suo esatto contrario.
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commenti
  1. tonyborghesi2005 ha detto:

    Sono appena entrato nel tuo Blog. E’ uno scrigno di bellissimi gioielli. Quello che ci hai fatto vedere su mEEtale erano solo monete d’oro. Mi riservo il piacere di saccheggiare (be solo leggere) tutto.

  2. Menti Vagabonde ha detto:

    Molto bello, complimenti

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