La figurina di Chimenti (parte 6/6)

Pubblicato: 15 agosto 2013 in L'età adulta
A fine luglio Alberto ci salutò. Come ogni anno mio zio, suo padre, era arrivato in porto.  Le botte e le punizioni ci avevano allontanati. E ci guardavamo ancora in cagnesco. Ma eravamo troppo giovani per avere assimilato le modalità dell’odio. Un abbraccio bastò a cancellare il ricordo della lite, anche se i bernoccoli ci facevano ancora male.
“Tanto l’anno prossimo ti frego a battone
“Ed io a Monopoli” 
Alberto caricò lo zaino in macchina e tornò nuovamente verso di me. Le settantanove figurine me le porse con un velo di tristezza.
“Tanto a scuola da me non ci gioca nessuno”
Due giorni prima di Ferragosto, Germana partì per Lauria. Era mezz’ora di strada, ma per me era in un altro mondo. Parallelo e irraggiungibile. Billi mi lasciò in custodia la famosa figurina.
“Così ti tiene compagnia. Però é mia, poi me la ridai”.
Un giorno prima di Ferragosto, Don Maiano disse che quella era l’ultima volta che diceva messa per l’Assunta. L’anno dopo sarebbe andato da un’altra parte. Lo sapeva solo Dio dove. Alle questioni spirituali avrebbe pensato il parroco di Buglia. La gente mormorò un poco. Ma si sapeva oramai, da quando c’era stato l’incidente, che troppe cose erano cambiate.
A Ferragosto il Mago chiuse l’emporio ed andò a trovare il fantasma del figlio. Germana mi aveva detto che avrebbe imparato a camminare. Ma era una fesseria. Inventata dal padre in un impeto di protezione verso la figlia. Il Mago non tornò più. Aveva ricominciato da tempo a inveire la notte contro le ombre. E così al terzo tornante per Lauria, aveva lasciato le mani dallo sterzo ed era volato giù. Lo trovarono due giorni dopo, seppellito dalle lamiere rosse, della sua utilitaria. L’ultima cosa che avevano registrato i suoi occhi, prima da spegnersi, fu la figura di una donna. Silente, con un bambino per mano. Anche lui, zitto. Il Mago ebbe il tempo di accennare un segno di saluto, con la testa, e andò via. Nel silenzio squarciato dai boati dei razzi, esplosi dal moletto di Buglia.
Io adesso sono qua, solo. Seduto in spiaggia. Ho ancora i miei capelli in testa ed un nubifragio nello stomaco. Alle undici in punto inizia quello che, fino all’anno scorso, era lo spettacolo. Normalmente, con le altre teste pelate, mi sarei buttato in acqua, nel vano tentativo di pescare le luci, che si spengono nel mare della Favara. Ma oggi é un tipo di Ferragosto differente. 
A parte me non c’é nessuno che ha avuto voglia di arrivare fino alla spiaggia. Ed anche io sono qui, solo in attesa di una fine. Della necessaria fine. Dei fuochi, del Ferragosto, di Don Maiano, del tempo scandito dalla campana della chiesa. Una fine, logica, comprensibile. Accettabile, almeno. Percepisco che tutti, alla Favara la aspettano. A tutti é successo qualcosa. Non a tutti la stessa, va bene! Ma era successa. Difficile dire se era stata la presenza scenica dei miei capelli, la cappelletta rossa demolita o il fantasma del figlio del Mago. Ma, sicuramente, adesso la fine, non poteva che compiersi lì, a due passi dal mare. In quel punto dove la luce antica delle stelle, da sempre, concludeva il suo percorso cosmico, smaterializzandosi nei ricordi, miei e di Germana. Nel posto dove la luce artificiale della festa dell’Assunta, completava la sua parabola, morendo in mare.
Alle undici in punto il fragore dello scoppio indica l’inizio, della fine, del mio Ferragosto.
La prima esplosione nel cielo! La prima pioggia di stelle artificiali.
Si! Tutto é trasfigurato. Strutturalmente modificato. Le stesse persone che conosco, si sono appannate e stento a distinguerle le une dalle altre. Appaiono come un mosaico di frammenti di bottiglie di vetro colorato. Hanno forme logiche nel complesso. Ma la singola tessera, evoca la bottiglia originaria solo a chi ha memoria esatta del suo colore. Ed io li sto dimenticando i colori, a mano a mano che le scie precipitano in acqua. Così come sto dimenticando le teste pelate che non urlano più. Stanno in silenzio. Dietro i vetri delle case, poco dietro le sterpaglie. Trasformati in ombre dalle lampade giallastre delle stanze dove, volontariamente, si sono segregati, in attesa della fine. Non hanno neanche i capelli così corti. Hanno le facce diverse. Visi lontani dal tempo in corso. Attraversati da rughe, incompatibili con i giocattoli disordinatamente disposti ai piedi dei letti a castello. Nei bugigattoli precari delle case di vacanza. Ad ogni esplosione, uno ad uno, é ridotto in frantumi. Tessere variopinte di un mosaico astratto e futurista.
La seconda esplosione nel cielo! Proiezione verticale di particelle pirotecniche che deflagrano in comete evanescenti.
E nessuno ha voglia di pescare insieme a me le luci, nell’acqua verde petrolio della Favara. Attendono tutti, con fastidio che il rumore finisca. Che quel bombardamento termini per andare a letto e dimenticare per sempre il Ferragosto, Buglia, la Favara, Don Maiano, il Mago, la cappelletta rossa, la mia testa rasata, il Monopoli, il fantasma con la moto, Vito Chimenti, Billi. Vogliono la demolizione completa della memoria, della scenografia estiva che maschera la tristezza di Alberto, mentre cena insieme al padre che non ha mai vissuto un’ora intera della sua vita con lui. Per questo sono disposti a sacrificare l’esistenza concreta di Germana, lasciandomi lì, sulla spiaggia a guardare luci che nessun palombaro potrà aiutarmi a ritrovare.
La terza esplosione nel cielo. Rumore di devastazione, mascherato di ludica ilarità, inonda le orecchie di quelli che attendono quest’ultimo finale.
Il rumore del motore alle mie spalle. Non mi volto a vedere la sorgente reale. In fondo, se tutto deve finire in questo momento, non posso impiegare tempo interessandomi a fantasmi che se ne vanno in giro. In moto, a Ferragosto. Devo concentrare la mia attenzione sulla conta delle scintille ancora sopravviventi. Focalizzare la traiettoria del razzo prima che evapori nel cromatismo della cascata di fuoco. Immagazzinare memoria del rumore sinistro dell’esplosione, imprimendo sulla mia retina l’immagine decolorata del borgo estivo. Virata, incredibilmente, al sepia antico della foto dei nonni, miracolosamente recuperata tra le macerie del bombardamento del ’43. 
Sono concentrato sul pezzo, anche se avverto il rumore croccante delle sterpaglie sotto i piedi del fantasma, dietro le mie spalle. I sensi rivolti alla scena pirotecnica. E la sua mano che tocca, delicatamente, la mia spalla. 
É seduto accanto a me adesso il fantasma. Naso all’insù segue distrattamente la fine. 
“Dormo da voi nella stanzetta questa notte”
“Sei tornata a vedere come finisce?”
“Si. E a riprendere la figurina di Billi”.
“Non poteva finire senza i giochi di fuoco, vero?”
“No, non poteva finire senza”
Finalmente mi giro a guardarla. Ha i capelli sciolti e la camicia di garza di cotone. La cingo con il braccio e lei poggia la testa sulla mia spalla. Il buio mescola insieme i nostri capelli impedendone la netta distinzione.
Il vuoto ci avvolge, finalmente. E ci inizia al bacio. Come se questo surrogasse una qualche tardiva promessa.
L’ultima esplosione nel cielo! Scintille rabbiose precipitarsi contro questo ultimo fotogramma. Precipitarsi guardando dall’alto un panorama speculare a quello inciso sulla retina, spossata, del Mago. Flash gigantesco per impressionare la scena del volo dal terzo tornante della strada per Lumia. Per immortalare l’ombra della donna zitta, che tiene per mano il bimbo. Pietre di sale davanti al groviglio di lamiera rossa, fumante. A quell’ombra il Mago sorride. Sporgendo lo sguardo oltre la frattura del parabrezza. Sulle labbra un ti ho ritrovata, pacificatorio.
Le scie si spengono placate, sulle increspature iridescenti della superficie del mare.
La scena é oramai memoria, disegnata sul mosaico di vetro comprensibile a me solo. Una ad una le luci espongono i singoli, ultimi, fotogrammi
La penultima luce per il viso di Germana che accarezza i miei capelli.
L’ultima per Vito Chimenti, innaturalmente sorridente sulla figurina di Billi. 
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