La figurina di Chimenti (parte 2/6)

Pubblicato: 12 agosto 2013 in L'età adulta
Favara é un pugno di case tra le canne, proprio nel punto in cui il torrente si riversa nella spiaggia di Trappeto. Tanti anni prima, mio zio Aldo, aveva comprato una casa. Allora le vacanze erano un lusso e la gente lo prendeva per pazzo, perché quello era un acquitrino e basta. Poi le vacanze sono diventate una moda e così i miei si convinsero ad accettare l’invito dello zio Aldo a passare l’estate lì. Così noi, che non avevamo grandi finanze, ci ritrovammo proprio di fronte al dottor Bregovich, che aveva comperato un rudere e lo aveva ristrutturato completamente.
Lui a giugno, lasciava la moglie e la governante ed arrivava solo ad Agosto. Noi ci governava mia madre e mio padre faceva su e giù dalla città. Anche lui, finalmente, ad Agosto, arrivava. E, finalmente, si poteva giocare a pallone sul serio, visto che mio padre, aveva un tiro strepitoso. Una castagna da venti metri, da mondiale! Io toglievo le giapponesi dai piedi e le conficcavo nella sabbia. Una a destra e l’altra a sinistra, trasformate in quasi pali. La traversa, aveva la sua immaginaria posizione da qualche parte sopra la mia testa. Ed io ero il più strenuo, ultimo difensore di quella porta inviolabile. Io ero ancora più in gamba di Tomaszewski, perché fissavo inoppugnabilmente la posizione dei legni. 
Solo le cannonate di mio padre mettevano a dura prova la maestria dei miei voli, piegando spesso, e mai volentieri, la mia estrema difesa. Con noi giocava Carlo. Il primogenito dei Bregovich. Il fratello grande di Germana. Che rimase la piccola fino alla nascita di Edoardo, battezzato da me e poi di conseguenza da tutta la Favara, Billi. Il soprannome fu evocato dai biberon di camomilla, che lo accompagnarono con varie motivazioni, fin dal suo debutto nella società favarese. Io, ai tempi, ero uno sfegatato lettore dei fumetti di Jacovitti. Così gli affibbiai biecamente il soprannome di Cocco Bill, pistolero buono, estimatore dell’infusione tranquillante. Contratto per praticità in Billi.
Poi a noi si unì mio cugino Alberto, con mia zia. Arrivava a Giugno e rimaneva fino ad i primi di Agosto, nella casa accanto ai Bregovich. Il rito del Monopoli nacque allora. Perché a parte lo spaccio del Mago, la pompa di Alfredo e la chiesa di Don Maiano, non c’erano altri luoghi di divertimento alla Favara. Certo, in dieci minuti si arrivava a Buglia, per trovare qualche negozio e qualche caffè. Ma per noi più piccoli era pericoloso. Quella era terra di “scanazzati” pronti ad alzare le gonne delle bambine ed a fregarti il pallone e le figurine.
Così iniziammo a giocare, almeno tre volte a settimana con il Monopoli, che Alberto aveva ricevuto in regalo dal padre, l’ultima volta che era sbarcato a terra. Mio zio, l’avrò visto dieci volte in totale. Ed ogni volta, ricordo la faccia compìta di Alberto, impegnato a nascondere il disappunto, per quel legame mai instaurato con un padre perso in quei mari che, svogliatamente, studiava sui libri di scuola. Anni dopo, al  funerale, Alberto aveva la stessa faccia. Tutti la tradussero in dolore. Io invece ci leggevo i nomi di quei mari. Oceani che Alberto rifiutò sempre di studiare, e di percorrere. Sarebbe rimasto saldo sulla terraferma, come le fondamenta delle case, che da adulto, imparò a calcolare e a conficcare profondamente nella roccia.
Alberto iniziò ad appassionarsi agli edifici guardando il Mago, indaffarato attorno alla cappelletta rossa: una piccola edicola votiva, ficcata dentro un mozzicone di muro, di una costruzione che avevano buttato giù, per sistemare sistemare il bivio che portava alla Favara. Di rosso all’inizio aveva ben poco. Il Mago disse che quella madonna, mezzo sbiadita, era miracolosa. Tutti si chiesero che diavolo di miracolo avesse fatto. Ma, a pagarlo oro, nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di rivolgere quella domanda al Mago. E si diedero da fare, per aiutare quel tipo sempre cupo, che da tempo immemorabile teneva aperta l’unica bottega della Favara. Alberto guardava seduto, sul ciglio dello piccolo spiazzo, le quattro colonnine di mattoni rossi, su cui adagiarono una cupoletta che il Mago dipinse, in una notte, di rosso. La motivazione ufficiale era che si intonava, molto bene, con il colore dei mattoni, e poi ricordava S. Giovanni degli Eremiti. In verità rossa, era l’unica latta di pittura disponibile, in quel buco di emporio. Don Maiano, come tutti i favaresi, non fece grandi domande sulle potenzialità taumaturgiche del dipinto. In fondo nessuno voleva costruire un santuario mariano. Erano solo quattro mattoni ed una vasca semisferica riadattata. Cominciò a farci la processione ogni Ferragosto, perché si convinse che, inequivocabilmente, di trattava di Madonna Assunta. Si aggiunse quindi un nuovo e inaspettato evento, nella sonnacchiosa estate del piccolo borgo. Tutti i bambini con le teste rasate, ricevettero un adeguato addestramento musicale, da parte di un tipo di età non determinabile, che secondo le informazioni del sagrestano, aveva esperienza di musica. Aveva infatti portato in tournée, in tutte le parrocchie della zona, il suo famoso giro di Do alla chitarra. Io, Germana e gli altri imparammo a cantare robe tipo Maranatha e Abramo non partire. Alberto no. Perché il padre ad Agosto sbarcava, e l’ultimo posto dove voleva stare era vicino il mare. Don Maiano, con la sua voce stridula, faceva finta di salmodiare qualcosa che ricordasse il latino. Teneva in mano il vecchio crocifisso e ogni tanto ci mandava delle occhiatacce. Perché noi invece di procedere, con il sussiego che si addice a siffatte manifestazioni sacre, ci davamo sonori schiaffoni sulle zucche pelate. Alla destra di Don Maiano, il Mago, nel suo cupo mutismo, non faceva neanche finta di cantare. Era lì in quanto unica autorità riconosciuta nel borgo. Rappresentava a suo modo l’ordine costituito, tanto da avere restaurato, a sue spese, l’edicola taumaturgica. Alla sinistra il dottore, in quanto autorità culturale indiscussa alla Favara. Nonostante il caldo asfissiante, compenetratosi nel suo ruolo, indossava sempre un serio completo blu. Carlo e Germana tenuti per mano lo sostenevano in questa prova. Billi invece piangeva, ovviamente in braccio alla madre, educatamente in lieve disparte per non disturbare. Dietro, i favaresi, procedevano alla spicciolata. Le donne, nel tentativo di dare una parvenza di sacralità. Gli uomini a parlare degli ultimi acquisti del Palermo. Molto dietro Alfredo, ateo conclamato, manteneva sé e la sua numerosa famiglia in disparte. Era lì per dare il suo contributo laico alla festa del borgo, ben distante dalle tonache di prelati e chierichetti con la testa rasata. Ma in devota e trepidante attesa dell’incontro con la dipinta Signora alla quale, non visto, tributava un percettibile, rispettoso, inchino.
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