La figurina di Chimenti (parte 1/6)

Pubblicato: 12 agosto 2013 in L'età adulta
Billi piange. Piange sempre. Perché  é  il più piccolo. E quelli più piccoli fanno questo di mestiere. Piangono. Finchè non diventano grandi. Ed allora imparano a non farsi vedere, quando piangono. 
Germana indossa un prendisole giallo. Lei é la più bella. Non dico in assoluto. Anche perchè io, di assoluto, a tredici anni, ne so molto poco. E poi alla Favara, della sua età, di ragazze ne vedo pochine. Ha quasi un anno più di me. Ed è bellissima. La più bella. Fidatevi.
Poi c’é la tribù delle teste rasate. Perchè quì da noi, d’estate, fa caldo. Ed allora i nostri genitori ci portano dal barbiere, due giorni prima di partire, e ci fanno rasare per bene. 
Io quest’anno no. Non ho voluto. Mio padre ha insistito, ha urlato, ha minacciato. Ma poi deve avere capito. A tredici anni io non sono più un bambino, con una testa da rasare, in estate. Ed a Germana, non piacciono proprio, quelli con la testa rasata. L’ho capito l’anno scorso. 
Lei, quando viene alla Favara, abita proprio di fronte alla casa di mio zio Aldo, dove noi passiamo l’estate. Ed ha una stanza tutta sua. Proprio sotto il tetto. Un posto bellissimo, la sua stanza. Soprattutto perché aprendo l’abbaino si può vedere il cielo. E voi, non lo potete immaginare cosa é il cielo sopra Favara, in estate, di notte. Una moltitudine di stelle. Disordinatamente disposte, a delineare forme e movimenti, nel buio del vuoto cosmico che le avviluppa. Ognuna con la sua luce, piena di grazia. Alcune danzano, modulando la magnitudo, ritmicamente. Altre sono ferme, immote. Luce antica, generata in un tempo troppo dilatato, per essere pensato trascorrere. Troppo diverso dalla durata di quell’attimo dell’anno scorso, nel quale io girai lo sguardo. E inquadrai Germana. Per la prima volta. Sia chiaro, io Germana la conosco da sempre. Ci siamo graffiati e presi a schiaffoni, da quando registro ricordi. Ma io, quella pelle, quelle smorfie, quei capelli, non li avevo visti mai. Adesso non chiedetemi di specificare in cosa erano diversi dal solito. Forse erano solo nuovi. Ed in quell’attimo, ho pensato alla mia testa rasata ed allora ho capito, che non andava bene così. Ho pensato che lei, i miei capelli, neanche li conosceva. Ho pensato che senza i capelli in testa, non puoi girarti a chiedere, scusa ma questa pelle, questi occhi, questi capelli, l’anno scorso non li avevi addosso. E per questo, lei non poteva raccontarmi dell’ultimo anno e di come, anche lei, se li era trovati un giorno addosso. Come se tutto fosse previsto. Esattamente come era previsto il punto esatto dove la luce antica di quelle stelle, avrebbe raggiunto i nostri occhi. Esattamente quella notte. Esattamente su quell’abbaino alla Favara.
Come doveva essere previsto che, io, a tredici anni suonati, dal barbiere, avrei elaborato la mia prima vera ribellione al mondo. Che avrei preteso il possesso dei miei capelli. L’uso dei miei capelli, per avere il coraggio di fare domande e pretendere risposte.
Ho avuto l’impressione che anche mio padre, avesse coscienza della fatica che é obbligata a fare quella luce antica, nel suo sproporzionato cammino per arrivare alla Favara. Ed alla fine mi ha guardato solo un attimo negli occhi e mi ha detto
“Va bene! Solo una spuntatina. Così sembri più grande.”
E poi ha parlato con mia madre.  Non so cosa si sono detti, ma avrà tirato fuori una delle sue spiegazioni poetiche, perché alla fine aveva le lacrime agli occhi. Magari era solo perché era morto da un anno mio zio Aldo. O forse perché la luce antica delle stelle alla Favara l’aveva viste anche lei. O magari era solo che stava preparando lo sfincione e le cipolle fanno questo effetto. Mah!
Billi é il fratellino di Germana. E oggi piange, perché ha la febbre e deve starsene a casa. Per questo Germana lo consola. Perché se hai la febbre, non puoi arrivare fino alla spiaggia e buttarti in acqua. Devi stare in casa, a letto. Anche se ci sono quaranta gradi, e anche se tutte le teste rasate della Favara sono giù in spiaggia a schizzarsi l’acqua.
Germana lo tiene in braccio e lo accarezza. Mentre quello piange disperato.
“Facciamo così, tu ora ti riposi a letto e poi questa sera ti portiamo da Alberto, a giocare con noi”
Peggio. Billi inizia a strepitare, che lui é troppo piccolo e non sa ancora leggere, e da Alberto si gioca sempre a Monopoli, e lui non capisce niente, e non vince mai.
Ci sono momenti nei quali, se hai i tuoi capelli in testa, devi fare qualcosa. Per forza. Così scosto la coda dei capelli di Germana, e prendo le mani di Billi nelle mie.
“Ascoltami, questa sera tu giochi con me ed io ti aiuto. Lo sai che così vinci”
Billi alza il viso.
“Però i dadi li tiro sempre io. E pure il pupino lo sposto io”
Germana lo accarezza ancora una volta.
“Certo, lo sai che lui é un campione. Questa volta vinci sicuro.”
E così il piccolo piagnone si quieta, rintanandosi in casa, rassegnato a sorbirsi la calura estiva nel lettino, fino a sera. 
Germana chiude la porta. Ravvia i capelli, sistemando la coda. E inizia a correre dietro la fila di teste rasate, in mezzo alle sterpaglie. Ed io dietro. Non pensate adesso, che tutta questa ciurma di ragazzetti sia più veloce. Solo che a me piace controllarne la posizione. Sto sempre due o tre passi indietro. Così poi, cinque metri prima della spiaggia, do gas e puntualmente li frego arrivando in acqua per primo. E scateno la tempesta di schizzi. 
Lei davanti a me, agita la coda di capelli corvini nella corsa. Ad un certo punto si ferma, torna indietro di due passi, e mi dice “grazie per Billi”. Baciandomi sulla guancia. 
Germana é assurda. Lo sa che io, cinque metri prima della spiaggia, io accelero e batto tutti in volata. Lo sa da quando eravamo piccoli. Quindi, se si ferma e mi viene a dare un bacio sulla guancia, e poi si rimette a correre, é chiaro che lo fa perché vuole confondermi e vincere lei. Ed infatti, quando arrivo sul bagnasciuga, già tutta la marmaglia si schizza acqua da un pezzo. La cerco in mezzo alla schiuma. Niente.
Giro lo sguardo verso la spiaggia. Una ragazza con i capelli lunghi corvini, che ci dà le spalle, sistema i vestiti su una stuoia. Però quella non é una ragazza e basta. Ha un costume azzurro che conosco. Addosso a un corpo, che ha in cima i capelli corvini di Germana. Tutti pezzi sparsi che non combaciano. Legati insieme a pezzi nuovi o, almeno, mai visti.
“Che hai da guardare?”
“Il costume. É quello del tuo compleanno”
“Si é quello. E allora?”
“É che fa caldo ed io i capelli…cioè quest’anno….”
Per fortuna nell’ordine cosmico, questa cosa non doveva essere prevista. La luce, almeno, andava pianificata meglio. Diretta con maggiore attenzione verso punti meno confusi dell’universo. Qualcosa o qualcuno, interrompe opportunamente la sequenza, precipitandomi all’indietro sott’acqua, sfumando il mio farfugliare nel rischio concreto di annegamento. A seguire solo fretta di recuperare la superficie, di dimenticare i costumi e i loro contenuti. E di tornare a respirare l’aria e gli schizzi d’acqua, illuminato solo dalla luce, nuova, del sole.
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