L’ordalia dell’acqua

Pubblicato: 29 luglio 2013 in Fuga
 
 
 
Si era alzato presto quella mattina. Barba lunga, capelli abbondantemente fuori piega. Lo specchio rifletteva la solita faccia scura delle ultime settimane.
Pensava al sogno che lo tormentava da sempre. Sempre uguale. Sempre pesantemente reale. Lui, seduto su uno sgabello, sentiva crudelmente elencare tutte i suoi errori. Uno ad uno. Lentamente e inesorabilmente le voci fuori campo elencavano inadeguatezze, limiti, indecisioni, imbarazzi, colpe.
Conoscevano tutto di lui, quei bastardi. Di quando ragazzo aspettava, imbarazzato, la conta per giocare, in un polveroso campo di calcio improvvisato. Dei jeans stretti a sigaro. Della prima ragazza. Delle feste dove non conosceva nessuno. Del personaggio da finto uomo che si era creato, con una dura disciplina. Della calligrafia che aveva, lentamente, modificato per scrivere parole. Dure. Per scrivere parole, d’amore. Per scrivere parole che, solo lui, avrebbe compreso.
Dell’arrampicata disperata su scale sociali malconce. Delle notti insonni passate a scontare le fughe. Della realta’ che lo inseguiva, mordendogli i polpacci troppo esposti. Troppo scoperti dagli zoccoli del Dr. Schols, che non lo avevano mai abbandonato. Almeno loro.
Aveva perso quasi tutto. La moglie, la figlia. Quasi il lavoro. Il nome lo ricordava appena. Per fortuna, le raccomandate degli esattori, lo tenevano informato almeno su questo aspetto.
Ma oggi si era deciso a chiedere il conto. A patteggiare la pena, almeno. A lasciarsi in pace, finalmente.
Continuava a pensarci mentre guidava. Continuava a pensarci mentre era in riva al fiume. Nel caldo ovattato dell’estate della Bassa. Si sentiva finalmente vicino al se stesso della sua infanzia. Era come dentro un libro di Guareschi. Pronto a dialogare con il Cristo in croce o a scazzottarsi con Don Camillo e Peppone. Si senti’ calmo. Un sorriso affioro’ sulle sue labbra.
Piego’ i vestiti con un ordine che mai aveva avuto. E si penso’ come un antico condannato medievale. Appeso all’esito dell’ordalia dell’acqua. Con la pietra in mano e la corda tesa. In ascetica attesa dell’intervento del Dio tremendo che lo stava per giudicare. Un passo dopo l’altro. Fino alla cintola. Uno dietro l’altro.
La luce della luna lo trovo’ lí. Semi assopito sulla sdraio. Il panama in testa. Dalle fessure degli occhi guardava in direzione del fiume. Aveva ancora negli occhi la pietra tonda che galleggiava sull’acqua. E la corda spezzata di netto.
La mattina seguente si alzo’ ristorato. Il sogno lo aveva risparmiato. Almeno per quella notte. Usci di casa con un sorriso intrigante. Dall’alto Dio o chi per lui, lo vide attraversare la strada e svoltare l’angolo. Con il passo di chi e’ sempre in stupefatta attesa del futuro [*].

[*] cit. Giuseppe Caleca

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